Antologica
di
Luigi Meneghelli
Premessa
Organismo vivo, pulsante, agitato: corpo aperto, talora sporto oltre se
stesso (sia in senso virtuale che reale): quadro che contiene in sè il
concetto più profondo di evento (ossia di gesto dilatato, dispersivo,
esuberante, sperperato): e, dunque, anche il senso di una teatralità
originaria e aggressiva, come quella sognata da Artaud che vede in essa
“uno straripamento passionale, uno spaventevole transfert di forza”.
Ebbene, per Giuseppe Debiasi le tele (o le tavole) sulle quali stende
linee e colori sono davvero materie da investire nell’azione, non
semplici supporti e cornici (puri “recinti sacri”), entro cui
depositare metafore (o echi favolistici) nè tantomeno specchi su cui
riflettere per imitazione le parvenze del mondo. In lui la fatica della
creazione la si intuisce tutta: è il peso delle dita che violentano la
materia, è il pugno che di tanto in tanto fracassa letteralmente gli
spettri pittorici (o che addirittura incrina lo stesso muro del quadro,
quasi a volerne risvegliare le fibre interne), è il rito ininterrotto
di un fare che non si compie mai interamente, ma che rinvia ad un
processo sempre palesemente in atto, ad un’idea di opera in fieri.
Il che può far pensare alle istanze sorgive, anarchiche,
esistenzialiste dell’Informale: a quell’assunzione della superficie
come pagina concreta, fisicamente presente, dove affrontare una
trascrizione diretta, aperta, al punto di dissoluzione dei codici
significativi del segno (del gesto, della materia) (1): in una parola,
a quella esperienza radicale in cui, negli anni ’50 gli artisti
immergono se stessi all’interno di atmosfere quasi irrespirabili,
inseguendo una romantica distruzione del mondo (e quindi anche di sè)
nell’inferno dell’immagine. Solo che l’Informale inneggia alla
liberazione delle cariche vitali, ma poi le tiene come imprigionate
nell’autoreferenzialità del gesto (nel “trionfo dell’atto”, come dice
Georges Mathieu): in Debiasi invece la furia espressiva rivela un
duplice aspetto: da una parte si fa testimonianza di una sorta di
saccheggio, di massacro perpetrato nei confronti del visibile,
dall’altra di un riassestamento, di una risistemazione (anche se
fragile, aleatoria, vacillante) dello stesso visibile. Alla base sta
una concezione animistica (prossima a quella di T. S. Eliot), di
un’eterna resurrezione delle cose, proprio nel loro statuto di “poor
things”: “Con questi frammenti - scrive infatti il poeta angloamericano
ho puntellato le mie rovine”. Allo stesso modo le forme sfondate di
Debiasi danno sì la sensazione di un mondo in macerie, ma anche quella
di un attaccamento a questo stesso mondo, la nozione di un universo in
frantumi, ma anche quella di un universo, dove tutti i segni si
mescolano e si incastrano in un montaggio complesso, in una
composizione multipla.
Certo, “non è più lo spazio della piramide prospettica albertiana”,
quello che ci troviamo davanti, ma uno spazio che conosce il
decentramento, lo squilibrio, la dismisura, un po’ come succede nella
“prospettiva obliqua della scena settecentesca” (2). Ma i continui
“vortici di luce”, i continui sfondamenti di confine, le forme in
perpetua formazione, non intendono sovvertire l’ordine dell’immagine,
quanto proporne un’esperienza “altra” (più intima, più segreta),
intensificarne i valori visivi, approfondire le dimensioni che la
determinano.
E dal momento che ciò che si mostra ha sempre a che vedere con qualcosa
di effettivamente esistente, tangibile, noto (un paesaggio, una natura
morta, una figura, un interno di chiesa, ecc.), tutto il tormento (o
delirio?) strutturale che Debiasi mette in scena assume il paradossale
obiettivo di congiungere l’esteriorità (l’emergenza fenomenica) con
l’interiorità (l’ulteriorità), la superficie con la profondeur: di
arrivare, cioè alla “realtà dell’altro lato della realtà”, di vedere
oltre il visibile. Come leggere, del resto, tutte quelle “frecce
direzionali”, tutti quei tratti segnaletici (che si incontrano anche in
Klee, Novelli, Tàpies, ecc.) se non come inviti e indicazioni ad un
oltrepassamento delle apparenze, impossibile forse allo sguardo del
corpo, ma certamente concesso allo sguardo della mente? O come spiegare
quegli oggetti domestici (cestini, sgabelli, catini, ecc.) posti
davanti ai dipinti che li riproducono? Essi non ambiscono, ovviamente,
a fare un discorso sui sistemi linguistici e sulle loro interrelazioni
(com’è invece nel caso di un Magritte o di un Kosuth), ma a un
tentativo di decontestualizzare l’oggetto, riportandolo ad uno stadio
aurorale, alla sua primitiva cifra simbolica.
Comunque sia, l’opera di Debiasi non si esaurisce mai nel suo lampante
affioramento visivo, nella sua “segnalazione di potenziamento,
accumulazione di forze, martellamento energetico”: fosse così, sarebbe
un lavoro che mira soltanto a celebrare l’inafferrabilità, lo
slittamento perpetuo del senso (delle immagini), mentre esso cerca
sempre di suscitare sensi plurimi, doppi fondi, punti di vista
molteplici, evocazioni a non finire: intende suggerire, come fa
Antonioni, che “sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra, e di nuovo
un’altra, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta,
misteriosa, che nessuno vedrà mai” (3). Ma come superare l’apparente
discordanza tra questa passione che ha in sè l’antico sapere della
meditazione e che postula i tempi lunghi della contemplazione con
quella che è la gestualità cieca attimale, teatrale? E’ ancora il
grande marsigliese (Artaud) a orientarci verso una possibile soluzione,
e lo fa alludendo (almeno nei suoi testi su Masson o su Van Gogh) alle
“forze telluriche”, agli “atti fondativi”, ai “moti ancestrali” insiti
del dipingere: lo fa, cioè, richiamandosi a procedimenti situati nel
dominio “di una vita prima della nascita, di una nudità senza nome” (4).
E’ chiaro allora che “La mano dice tutto senza rivelare nulla” e che le
immagini sono enigmi, interrogazioni, itinerari iniziatici di
conoscenza: come è altrettanto chiaro che questi stessi itinerari
permettono allo spettatore di partecipare (seguire) solo passaggi
acrobatici, appuntamenti allarmati, scontri fortuiti: di aderire
(entrare) nella dinamica di una pittura che non vuole risolversi,
finire, ma solo rilanciarsi, trasformarsi, trascendersi, anche quando
essa pare acquietarsi nella solarità di un paesaggio o nella misura di
una natura morta: pure qui infatti la materia prescinde dagli oggetti
sensibili in cui si manifesta e tende ad espandersi, a viaggiare, a
volare sulla superficie della tela. Per cui l’occhio non può
focalizzarla, non può darle un nome, se non quello che sale dagli
strati più occulti della memoria e che si ricollega ad una figura
“simbolica” di portata universale.
In Debiasi, ad ogni modo, è sempre da escludere la semplice descrizione
di carattere naturalistico, la rappresentazione intesa in senso
classico: nel suo caso, si dovrebbe, casomai, parlare di
“rappresentazione originaria, di una visibilità che non è spettacolo
allestito dalla parola” (della cultura o dell’esperienza) (5), ma di
una visibilità invariabilmente rinnovata, se non addirittura animata
dagli stessi elementi del visibile. Un esempio, per tutti, può essere
Il temporale sul campo di grano (del ’98), che ricorda il quasi omonimo
quadro estremo di Van Gogh (quello con i corvi, il cielo buio e
incombente, la tempesta di pennellate che fa convergere l’orizzonte
verso il primo piano) (6): nel dipinto di Debiasi non solo assistiamo a
una sorta di blow-up, di vertiginoso accostamento dell’occhio alla cosa
osservata, alla massa gialla, magmatica, informe del campo di frumento,
ma anche all’utilizzo degli oggetti stessi (le spighe) come fatti
cromatici, come morfemi nella grammatica dell’opera. Testimonianza di
una volontà di realizzare un contatto totale con la realtà del mondo,
di trattenerne la corporeità (anche se solo reliquiaria), in un tempo
dominato dalla “sparizione delle cose”, dalla privazione dei luoghi,
dal sentimento del vuoto.
Solo che l’artista roveretano non si limita ad un lavoro di custodia,
di inclusione (o di reclusione?) dei segni della vita nei segni
dell’opera (atto che, alla fine, può apparire quasi di imbalsamazione o
di isolamento degli oggetti in una dimensione immutabile), ma dimostra
una sempre più accentuata passione accumulativa, aggiuntiva: mischia
con la pittura immagini di ogni tipo: ritagli di giornale, tavole dei
comics, pagine di messali (di ogni liturgia), santini, foto di moda,
testimonianze dell’arte popolare, elementi della tradizione religiosa,
ecc., realizzando giganteschi montaggi e lasciando che le forme si
rispondano, si provochino, si contraddicano, in una sorta di “puzzle”
al contempo sparso (nelle materie impiegate) e coerente (nello stile
conseguito) (7). Ed è come se Debiasi intendesse esibire la
conformazione movimentata di una strada o l'architettura prorompente di
un “Interno di chiesa”, proprio rendendo viva, attiva, fisicamente
palpitante la spazialità del dipinto. Allora, però non è più il quadro
che rappresenta il reale, ma è il reale che (seppure in mezzo a mille
contaminazioni) “mette al mondo il mondo” (come avrebbe detto Alighiero
Boetti), . l’oggetto che, scandalosamente, crea la pittura.
Va da sè che si entra nella zona minata dell’artificio, del perpetuo
rovesciamento dei codici (linguistici), dell’enigma delle immagini:
dove per enigma si intende proprio il ricorso ad elaborazioni
complesse, articolate smisurate: a quei ripiegamenti della materia e a
quei trionfi della “piega” che sono alla base anche delle riflessioni
di Gilles Deleuze sul Barocco e sui suoi caratteri costitutivi. “Il
Barocco - sottolinea infatti il filosofo francese - inventa l’opera o
l’operazione infinite. Il problema non è come finire una piega, ma come
continuarla, farle attraversare il soffitto, portarla all’infinito”
(8): la questione è allestire senza termine combinazioni arcane di
visibile, rinviare di continuo a un nuovo tipo di corrispondenza:
utilizzare la piega per dilazionare la spiegazione o per “spiegarsi
simultaneamente su molteplici registri di senso”.
Ma come far coesistere (ed è quello che succede nella pittura di
Debiasi) la tempestività dell’atto con il differimento di ogni
rivelazione: come far convivere velocità e lentezza, decisione e
attesa? Una possibile risposta la si può forse trovare all’alba della
storia, in alcuni degli ormai celebri frammenti aforistici di Eraclito:
è all’interno della stessa cosa - egli afferma - che avviene “la
contesa”, è la stessa cosa che insieme è e non è, che esiste in quanto
diviene. E “a causa della velocità e del movimento (essa) si disperde e
si raccoglie, viene e va” (fr. B91): al punto che il mondo intero può
essere considerato come un unico ciclo di mutamento. Ecco: anche in
Debiasi a contare è proprio l’idea di dinamismo in sè, è il concetto
del “fuoco vivo che cambia tutte le cose e che si scambia con tutte”
(fr. B90). Da cui ne viene che la vera origine della conoscenza è solo
la connessione, il connubio, la metamorfosi, la perenne con-fusione
degli elementi.
E’ per questo, probabilmente, che, quando si parla della pittura di
Debiasi, non possono essere dimenticati tutti quegli artisti che hanno
infranto il riposo del colore e della figura, inseguendo una fluidità
materica che ha suscitato immense copulazioni formali, paurosi tracolli
spaziali, parossismi di tinte in fermentazione e mi riferisco ai vari
Tintoretto, Tiepolo, El Greco, Goya e ai loro cortei di agitati
fantasmi o a Piranesi e alle sue “architetture” catastrofiche, e più
oltre, alle stesse scosse vitalistiche del Futurismo o perfino a quella
precipitazione dentro la dimensione totale dell’esistenza del Dada
(tutti artisti e movimenti che verranno ripresi nell’analisi dei vari
cicli dell’artista): vera tempesta di domande inquiete, che salgono dal
tempo, processione di opere monoclaste, che hanno bruciato le immagini,
che le hanno dissolte per conservarsi nella loro dissoluzione, per
nutrirsi del loro lutto. A queste scene di sacrificio, di distruzione,
guarda Debiasi. Anche lui, da sempre, “per costruire divora, e
distruggendo costruisce” (9), per ritrovarsi si smarrisce, e
smarrendosi dipinge la sua “inquieta domanda”.
1.1 I Portali
In principio: l’immagine della soglia, del luogo dell’attraversamento,
dell’introibo simbolico all’esercizio tormentato della pittura.
Calligrafie macroscopiche, potenti delineazioni in un nero inchiostro
steso con una specie di tecnica a braccio sul bianco della carta: quasi
urla in un ambiente vuoto, quasi aperture verso voragini insondabili,
quasi atti propedeutici verso l’ignoto. Il bianco e il nero: lo stipite
e l’oltre: il dentro e il fuori. Del resto, scrive Georges Perec: “La
porta rompe lo spazio, lo scinde, vieta l’osmosi, impone la
compartimentazione: da un lato ci sono io e casa mia, il privato, il
domestico (...), dall’altro ci sono gli altri, il mondo, il pubblico,
il politico” (1). Solo che Debiasi non sa con certezza qual è lo spazio
dell’intimità e quale lo spazio dell’esteriorità, non sa su che cosa si
apra veramente la soglia. E allora finisce per “abitare la soglia”
stessa. Non la oltrepassa, ma ferma la propria attenzione proprio
sull’oltrepassamento, fa esperienza del suo bilico, la osserva, la
sfiora, come in un rito arcaico, lasciandovi delle tacche, delle
impronte, a testimonianza del suo esserci, del suo iscriversi nel luogo
stesso del passaggio.
Anche Luigi Serravalli, introducendo la personale tenuta presso la
Galleria Loreto (a Rovereto) nel marzo del 1982 così annota: “(I
Portali) sono grandi aperture che non invitano ad oltrepassare la
soglia: infatti, alle volte, come in una pagina di Kafka, questa soglia
è sbarrata da una schiera di lance appuntite, che ne intrigano il
percorso”. Ma aggiunge anche che essi (sempre I Portali) “diventano i
limiti ossessivi d’una situazione interiore, d’una malinconia paesana,
forse d’un rimpianto per l’antico o d’una paura per il presente” (2).
Rilievo, quest’ultimo, che rischia di confinare nella dimensione di un
orizzonte chiuso, contratto nei simboli scabri della cultura contadina
(“paesana”, appunto), un fare carico di energia che invece libera le
possibilità espressive proprio di quei simboli, dando forma alle
tensioni in essi sedimentate, alle forze in essi compresse. E il
risultato è che (almeno in questi lavori) tutti i segni finiscono per
acquistare sempre più un proprio essere, cessando di essere i segni di
qualche cosa.
La stessa figura del portale va oltre il puro rimando oggettivo, ne
eccede la decifrabilità, per dare paradossalmente forma al vuoto o
tuttalpiù per alludere a quei tracciati approssimativi con cui talvolta
si delimita, all’interno del foglio, una sorta di campo operativo, di
rettangolo di passione e di espressione. Non però una “cornice” che
perimetra il lavoro, che lo inquadra, che lo centra, ma piuttosto una
cornice che modella il limite stesso (o addirittura che lo espande), in
modo che l’arte (l’orientamento nervoso del tratto, lo sfilacciato
ricamo della linea) non si senta separata dall’esterno, ma integrata,
“seppure al limite del limite di se stessa” (3). Lo stesso utilizzo
della concisione cromatica del bianco e nero è affermazione estrema del
gesto del pittore sulla superficie, come la grafia dell’infans che
calca, preme, insiste sul foglio non per spalancare un mondo, ma solo
“per mostrare trionfalmente ciò che fa” (4). E non è un caso che sempre
Serravalli si richiami alle “quinte newyorkesi” di Franz Kline, ai suoi
scheletri spettrali più neri del nero (immensi frammenti che ruotano,
che si sollevano, che virano come macrosegni in uno spazio di assoluta
chiarità). Poco importa se in Kline la costruzione ha una rigidità e
una monoliticità potenti, mentre invece in Debiasi la costruzione
fluttua e pare andare come alla deriva. Il rimando funziona come
ammissione di un atteggiamento similare: come riconoscimento, cioè,
dell’analoga adozione di un rapporto abissale con il quadro che si
afferma quale unica oggettività possibile, quale luogo in cui s’invera
ogni idea di intervento, di resistenza, di urto, di schianto.
1.2 I guerrieri ed altro
Ma lo scontro tra bianco e nero (o tra luce e buio, tra essere e
niente) è anche quello del contrappunto a “barre” di Pierre Soulages,
quello dell’ "entropia fatale”, della scia che rivela una profondità
mentale di Hans Hartung, ma soprattutto è “la guerra civile”, “la pura
potenza il nondum, e l’implodere in se stesso, il consumatum est” (5),
del colore di Emilio Vedova. Non bisogna scordare che in questi anni
Debiasi frequenta l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove proprio
Vedova insegna Pittura: un insegnamento, il suo, che è
intimamente legato alla pratica di un’arte intesa come sperimentazione
permanente, come inglobamento di “saperi diversi”, come apertura (e
rovesciamento) di ogni conoscenza. La stessa aula in cui Vedova
sviluppa il suo esercizio didattico ha l’aspetto di un laboratorio o di
una fucina: è uno spazio moltiplicato, multidirezionale che mobilita
modi di vedere e di fare in continuo riprogettarsi. Egli “non insegna
la sua pittura, ma provoca e sollecita” nuovi pensieri, nuovi modi di
agire (6): vuole liberare l’allievo di tutte le sovrastrutture
ideologiche e culturali, mettere “il suo spirito in uno stato di
emergenza”, avviarlo ad un perenne “sapere” del mutamento e in
mutamento, suscitare in lui “una respirazione totale e un cosciente
totale coraggio”.
Risulta quasi scontato che una didassi così incandescente provochi un
risveglio allarmato delle coscienze, una esigenza di iniziarsi ad un
linguaggio sempre altro, plurale, capace di fondare in sè gesto, corpo,
scrittura. E allora anche l’opera di Debiasi procede sicuramente ben
oltre gli stilemi transavanguardistici cui, in più momenti, è stata
avvicinata. Se, infatti, il movimento teorizzato da Achille Bonito
Oliva sembra andare alla ricerca del tempo perduto, legittimando un
passato che straripa incondizionatamente nel presente, l’autorità di un
eterno ieri che riporta a galla le Grandi Tradizioni sotto le mentite
spoglie del revival, Debiasi scende invece verso il principio stesso
del linguaggio, verso quel segno-balbettìo che contiene ancora in sè
parole forse mai pronunciate, echi più antichi di ogni memoria (come
possono essere i graffiti ritrovati nelle grotte di Altamira o sulle
rupi della Valcamonica): ne ritenta lo stadio arcaico, la nascita
scintillante e indicibile.
Niente libertinaggi, dunque o recuperi intrecciati o “nozze miracolose
e incestuose” tra immagini della Storia dell’Arte: in Debiasi vale
quasi il moto contrario, ossia quello di una tenace spoliazione
formale, di una riduzione al minimo delle reminiscenze oggettuali: come
Klee egli non intende “ripetere il visibile, ma rendere visibile”,
ripercorrere le vie stesse della creazione, raggiungere la radicale
“intimità” dell’energia generante. Così i suoi Guerrieri non sono mai
semplici sagome che si rifanno a delle immagini (anche se queste
risalgono alla preistoria del figurare), ma piuttosto degli “strumenti”
(dei pretesti) per sorprendere il momento genetico dell’immagine
stessa, delle effigi creaturali che recano in sè “le mobili vie della
creazione” (con tutti i loro sviluppi, accrescimenti, movimenti
potenziali). Così, la lancia che il guerriero brandisce diventa la
messa in moto emblematica di un’infinità di fibre, di linee
impercettibili, di “un universo intramontabile di possibilità” (7):
rivela il concetto stesso di azione, di lotta, di potenza, che sta al
principio di molte modalità operative.
Perciò, in questa ricerca di “germinalità”, di recupero dell’archè
fattuale, non si ritrova la cifra di un solo “ciclo”, bensì si
evidenzia l’intera, autentica prassi stilistica di tutti i lavori di
Debiasi: ossia l’investigazione di quelle che sono le ragioni, le
radici genetiche, attraverso cui pulsa un’instancabile pluralità di
forze, forme e trasformazioni. Qualcosa, dunque, che . prima (e fuori)
rispetto al semplice (ma troppo spesso invocato) legame con la terra: a
un’anima “rurale”, a un intimo sentimento della natura (del paesaggio,
del luogo): casomai in questo sentimento il “prima”, “la fecondità del
principio” si manifesta, come linfa che sale dal profondo per tutto
l’albero-opera. “Tanto più forte è il dentro, tanto più trovi
l’equivalente (il necessario) - la ginnastica...i mezzi...i materiali”:
scrive anche Vedova in un suo taccuino (8).
E in quest’ottica vanno considerate anche le citazioni da Giotto
dell’83 (La cacciata dei demoni e La rinuncia ai beni paterni) e, più
tardi, la rivisitazione del mondo di Depero (del ’92): non il
privilegiare un modello, non un adeguarsi ai suoi segni distintivi, ma
un impiegare anche le immagini colte per verificare le tracce di una
“scrittura originaria”, di una libera propagazione di forza. Ciò che in
Giotto, ad esempio, è conseguimento di una spazialità nuova,
tridimensionale, di una figurazione che acquista rilievo, plasticità,
“fisicità dolorosa” nella rilettura di Debiasi diventa pura esperienza
di rottura, di frantumazione, di conflitto insanabile tra materie,
gesti e forme si fa “immagine ridotta a non-immagine” (L. Serravalli,
in “L’Adige”, 23 giugno 1984), “narrazione di una storia allucinata”
(G. Alessandri, Flash Gallerie n.17, 1984), “disconoscimento della
presenza di qualsiasi figura (M.
Tonazzi, “Il mattino di Verona” 15 giugno, 1984). E’ l’idea di
tornare sempre al principio, di ricominciare continuamente da capo, di
praticare la radice del linguaggio, in cui “Stanno possibilità non
nate, che ancora premono” (9), che ancora non sono venute alla luce:
automatismi grafici, sigle cruciformi, lettere che precedono ogni
senso, figure spettrali, enigmatiche e bianche, frecce che indicano
invariabilmente un’abissale “nowhere”. Ne risulta un quadro
morfologicamente fatto a pezzi (o meglio, fatto di pezzi, di frammenti
e di aforismi visivi), dove l’aforisma (etimologicamente) significa
limite, separazione, distinzione, ma anche dono, offerta, apertura.
Quando si traccia un limite, infatti, si vuole forse difendere il luogo
tracciato, ma si può anche volere il limite, osserva Wittgenstein, “per
meglio giocare il gioco del suo superamento: per aprire un campo pieno
di tensioni, risonanze, echi. Per attuare, quindi, un’opera in
permanente rifondazione.
1.3 Mitologie
Il Volto della Medusa, il Supplizio di Dirce, Pan e Dafne, ecc.:
Debiasi in questa serie di lavori pare intenzionato a investigare
perfino i primi saperi dell’essere, le narrazioni antiche, le figure
archetipali (con cui si danno spiegazioni degli eventi del mondo). Ma
egli sa (condividendo il pensiero di Furio Jesi) che il mito è quel
“centro inaccessibile intorno a cui tutti i discorsi ruotano senza
poterlo catturare” e, perciò, inscena forme come orme (o ombre?),
figure che sono lavorate da una sorta di aggiramento o corteggiamento
pittorico, quasi a non voler arrivare alla precisazione di un corpo, ma
solo al suo annuncio, alla sua vuota spoglia, al suo contorno: un
corpo, per di più, avvolto come da una serpentina velare o da una
nebbia sinuosa e, di conseguenza, visivamente slontanato, ricacciato
indietro, censurato. Luciano Perissinotto sul “Messaggero Veneto” (20
maggio 1984) parla dei “Giganti di Debiasi”, di forme “piene di nerbo
nel contorno, ma afone nella muscolatura e nei tratti fisionomici. (In
esse) - egli scrive - la vigorosa definizione dei profili non va oltre
la pura evocazione, non le risuscita, essendo esse ormai - come in ogni
nostra nostalgica memoria - inattuali, consegnate alla storia”. Mario
Cossali sull’Adige individua invece “un ‘sapere del corpo’, che la
ragione non ‘sa’, che la ragione non esprime”. E Serravalli su
“L’Adige” (7 aprile 1984) coglie “figure che vengono bersagliate,
tormentate, cancellate, proprio nel senso della esperienza quotidiana,
di un contenuto chiaramente neoespressionista”.
Tutte cronache tempestive che fanno prospettiva però soprattutto
sull’aspetto iconico dell’immagine, su una pittura che si riappropria
del codice metaforico della rappresentazione (anche se visionaria,
inquieta, improgettata). E questo, per sottolineare “un momento
artistico che appare sotto l’insegna del riflusso” o rilevare la
specularità con un’epoca di crisi, in cui la precarietà è costitutiva
dell’essere e del conoscere. Senza cogliere l’aspetto concettuale
insito nei “remoti fantasmi” di Debiasi: essi sono segni (spesso
perfino letterali di-segni) in cui l’artista aspira a interpretare un
mondo che trascende l’umano, anche se esso è la risposta a un bisogno
originario e fondamentale di significato (proprio dell’uomo). Il suo
non è, perciò, solo un tentativo di attualizzare (in immagine) le
profondità più arcane, di rivisitare gli antichi volti degli dei, ma
soprattutto un confronto con la perennità di una problematica sempre
presente in noi: è un attingere alla notte dei tempi, per farne
esperienza, per “viverla”. In fondo, è quanto pare dimostrare Debiasi
con quel gesto gigantesco (hartunghiano?) che successivamente distende
(e protende) lungo l’intero orlo delle sagome, quasi a seguirle o
accompagnarle nei loro abissi (nei loro recessi). E’ un incedere
perentorio, che non vuole distruggere, cancellare ciò che ci è
interdetto, ma realizzare come un moto d’attrazione, un ricamo sul
fondo stesso dell’oscurità. Serravalli, forse seguendo le teorie
junghiane, vede invece in questa danza vertiginosa, una sorta di
rappresentazione di dinamiche inconsce, “di ricerche dell'io profondo
che cerca di avventarsi verso la luce, di guadagnare qualche passaggio
verso la conoscenza”. Comunque sia, la falcata del segno tende a
rivelare uno stato di relazione, una misura all’interno dello spazio
pittorico e insieme la sua antitesi, ossia uno stato di
incommensurabilità, di immensità. Una palpitazione, un battito
cromatico prolungato, sconfinato. Ma cosa significa, del resto, toccare
il buio se non verificare la sua inattingibilità?
2.1 Storie di paese
Nel catalogo della mostra tenuta presso lo Studio Raffaelli di Trento
(nel 1987) Flaminio Gualdoni scrive: “spazi saturati per accumulo di
gesti intensivi, di sprezzature brucianti, di livori di segni come
spodestati del senso dal continuo collidere. Muri (e quanto conta,
oltre il franare dei neri e grigi di bitume, l'echeggiare di quella
“poetica del muro” di cui Tàpies, Twombly, Novelli furono portatori in
anni di altro eroismo?), non schemi incorporei. Luoghi inqualificati,
ma pieni, forti, consistenti, a far risuonare la tecnica fisica degli
atti di pittura, concentrati e complessi, avvertiti nell’effusione”. E
Danilo Eccher, nello stesso catalogo (seppur poggiando la sua
attenzione più sulla struttura dell’oggetto che del paesaggio), rileva
“un insospettabile potere evocativo che scuote la struttura dell’opera
e si espande oltre lo spazio scenico”.
Ma sono più di due anni che Debiasi va svolgendo le sue riflessioni
vertiginose su architetture, angoli di casa, cascinali, capitelli,
finestre: vi si può vedere in trasparenza quel regno della soglia
(quello spazio da passare e, insieme, intransitabile) che sono i
Portali: solo che qui “ogni immagine è testualmente portata alla
frontiera di quanto si può immaginare” (19). Lo spazio non è più uno,
sono molti: un’alternativa di dimore plurime, un luogo incollocabile,
in quanto composito, obliquo, pieno. La “sintassi costruttiva” che
Debiasi realizza in queste tele “rigurgita di episodi”, capovolge i
rapporti tra contenuto e contenitore, rovescia le prospettive tra il
dentro e il fuori.
E’ l’uso del segno che genera questa specie di catastrofe (di strage)
visiva: un segno che anziché confinare, sconfina, un segno che “fissa
l’assenza di fissità” (20), un segno abbandonato ai suoi slanci, ai
suoi giri, ai suoi capricci, un segno che sparge tracce (di scale, di
ante, di muri) senza poi interessarsi di ricucire i mille labirinti
fatti sorgere. E, allora, di fronte a tante forme aggrovigliate che si
compenetrano e si divorano l’un l’altra (spesso smarrendo la loro
stessa identità) viene da pensare che il disegno voglia imporsi, ancora
una volta, nella sua genesi, manifestare la sua “energia creatrice”, la
sua “forza rivelatrice”. Non un procedimento automatico, non un
movimento alla cieca, ma un penetrare dentro cioè che già esiste,
per farlo sentire, risuonare, echeggiare: qui, là, “everywhere”. Un po’
come succede negli intrichi allucinati (di catene, scale, sbarre) di un
Piranesi (21), negli strepitosi camminamenti delle sue Carceri:
incisioni squassate, fradice, “sbagliate”, contratte come tarantole e
inzuppate (pure esse) fino a marcire nel loro stesso segno.
Prendendo lo spunto dal “costruire sterminato” di Piranesi, Alessandro
Mozzambani (in “Le Arti News”, n.1-2, (1983) dilata il suo sguardo
anche al “fuoco segnico di Vedova” e a certe “aperture del Picasso
delle ‘Meninas’ ”. Debiasi - egli rileva - “dentro un bicolorismo
tonale (il bianco e il bruno chiaro) che riporta quei magisteri
solenni, e non certo di paese, (...) allude ancora a Tancredi
(nell’idea gestuale, non nel colore e nel suo cantare) però con lo
strumento decisivo, temporale oltre le stagioni e il diario, del segno
nero che entra dentro come una clessidra violenta e senza remissione: e
lì (...) la tensione spaziale aumenta di forza, di ritmo, di
stravolgimento”. “Storie di paese piranesiane”, le definisce anche
Serravalli (“Alto Adige”, 26 febbraio 1985): “piranesiane perché
l’intrico delle strutture architettoniche che si prolungano verso un
fondo oscuro che attira come un pozzo, un Maelstrom di pericolosità e
di paura è assai evidente”. In realtà non si danno veri fondi,
attrazioni divoranti, quanto percorsi (dimensioni) spaziali
inesauribili e insituabili: l’evento può accadere a destra, ma anche a
sinistra, ma anche in un virtuale “in fuori”, come in certo Bernini.
Particolarmente penetrante è invece un altro passaggio del testo di
Serravalli, e cioè quando parla di “segni infittiti”, di “pennellate
convulse” che finiscono per “celare quanto resta visibile solo per
tracce”. “La violenza dello striscio” - egli rimarca - arriva ad
“aggredire, violentare, stracciare, distruggere quanto esiste di
incancellabile nel sottostante. La cancellazione del ricordo, quasi per
esorcizzarlo è tanto importante quanto la documentazione”. Concetto,
questo, non di un nichilismo compiuto, senza via di scampo, ma di un
nichilismo che vuole sperimentare la potenza del negativo al suo
interno, ritirarsi nel seno stesso del Nulla, affinché esso “abbandoni
sulla riva - come si augura Junger - tesori che le sue onde avevano
sommerso” (22).
2.2 Iconografia contadina
Ancora “Storie di Paese”, ancora riti di terra, ancora iconografie
legate al mondo contadino: ora, però, si tratta di un sentire più
ravvicinato, di un faccia a faccia con l’oggetto, di una immersione in
quella che è la materialità pulsante, interna, fisiologica, degli
antichi utensili della campagna (Lampada a carburo, La forca, Il carro,
ecc.). Di qui quel senso di opera dura, essenziale, laconica; di qui il
rapido volo delle dita della mano (nella materia), per non concedere
nulla alla narrazione, ma farsi esso stesso (il volo) sigla sommaria,
traccia di un mondo perduto (che va destato, fatto rinascere, messo in
condizione di ritrovare una sua nuova paradossale fisicità). Ed è
davvero come se nei gesti accelerati si attivasse una simbologia del
trascorrere della vita, della presenza e della memoria dell’uomo nelle
cose. Esse, così, si spalancano ad una sorta di condizione universale
(astorica) d’essere: “si liberano della loro ovvietà dando sfogo a
tutta la tensione che il tempo ha sedimentato in esse”. (D. Eccher, nel
catalogo della mostra presso lo Studio Raffaelli, 1987).
L’immagine non è più concepita come forma da recuperare, come
sguardo nostalgico rivolto al passato (perché questo significherebbe il
suo impietrimento, la sua fissazione nella lontananza): essa assume
invece una dimensione processuale, dinamica, metabolica (alla Munch):
un’intuizione di continuità (e non solo di contiguità) tra l'io e
l’esterno, tra il prima e il dopo, tra il pensiero e la cosa. In altre
parole, in questo ciclo le opere di Debiasi popolano lo spazio di
forze, di traiettorie, di spinte, un po’ come succede negli stati
d’animo boccioniani: esse non riferiscono di una pura realtà
percepibile, ma di quella che è l’anima trasmutante della realtà
stessa: il suo interno fluire, il suo inesauribile divenire. Rossana
Bossaglia, presentando nell’89 la rassegna tenuta presso la Cantina
Endrizzi, sostiene proprio che “Debiasi si misura con la civiltà
contadina della sua terra (...), tirando fuori dal ventre profondo di
costumi e vicende pressoché uguali nei secoli una sorta di
gioiosa prepotente esaltazione e dissacrazione”. Anche il passato (con
le sue tradizioni), cioè, può essere osservato come “forza generante”
che accende e appassiona lo sguardo, come radice che produ-ce nuove,
misteriose, rammemoranti creazioni, a patto però di “tirarne fuori”
tutti i saperi (e tutti “i sapori”, come preciserebbe Roland Barthes).
Lo stesso ricorso a una titolazione desunta dal gergo dialettale (La
rua, L’erpec, El crazidel, ecc.) non intende essere una pura evocazione
di nomi antichi, una regressione alle Madri, alla fonda umiltà del
paese: come nel “pètel” del poeta Zanzotto, questa embrionalità e
sillabazione del dire (del denotare, del titolare) funziona quale
avvicinamento alla cosa stessa, è “traccia di una originaria immersione
linguistica, in cui logos e terra, concetto ed entità ctonia, abitano
ancora insieme, vivono una archetipica simpatia”. E allora anche quei
titoli così aspri e contratti possono “germinare in ogni direzione,
come le figure cui fanno cenno” (23).
Ma c’è un’altra questione che si pone in alcune opere, ed è la comparsa
“in carne ed ossa” dell’oggetto nel campo della visione. Come già
detto, nulla di concettuale e neppure nulla di ambientale (dove il
termine “ambiente” è da considerare come materializzazione di uno
spazio, come sua definizione scenica). L’oggetto di Debiasi (cotta,
sgabello o catino che sia) presenta una sua intrinseca povertà, senza
rielaborazioni, aggiunte o deviazioni di senso. Eppure non è inerte,
non è una cosa qualunque, funzionale, banale, ma una cosa familiare
(viva, almeno nella memoria, anche se spogliata di ogni contrassegno di
utilizzabilità). Ebbene, inserita nel contesto dell’arte, essa assume
dei connotati magici, meraviglianti, come ci ha insegnato Duchamp con i
suoi “objets trouvés”. Ma qui si prospetta anche qualcosa di diverso
dal passaggio (di un segno del reale) dall’insignificanza allo stadio
del significato, dalla sua ascensione dagli inferi (degli scarti) alle
glorie della rinascita estetica. Qui siamo in presenza di un oggetto
che non è mai diventato, del tutto, rottame, cadavere, spoglia: per cui
la sua esposizione non ha valenza redentoria, quanto portato di quesito
filosofico: esso “è una cosa che essuda la sua nascosta intimità, che
si apre al fatto di essere cosa, che apre quello che nella cosa si dà
ancora come da pensare” (24): un continuum di senso, una inesauribilità
di essere: in definitiva, un mistero senza fondo, in cui noi
riconosciamo la cosa stessa, senza però raggiungerla, in cui cioè che
riconosciamo ci risulta “familiare” appunto, ma anche altro, estraneo.
Visibile e invisibile. Vicino e posto sotto il segno della lontananza.
E non può, questa dimensione del mistero, spiegare anche tutti i modi
violenti, sgarbati, con cui Debiasi tormenta, assilla, assedia
l’immagine? Non sono anch’essi un tentativo di avvicinare la distanza,
di afferrare cioè che si ritrae, di dare un volto e un corpo a quel
mondo consueto che però sempre ci sfugge?
3.1 L’Oltre
Oltre, come pensiero dell’ulteriorità e come prassi che va aldilà di
una dimensione legata a meri dati fenomenici: oltre, come
oltrepassamento del primitivo limite del portale, del quadro, della
rappresentazione: oltre come riduzione dell’arte a una minumum formale
e linguistico, in favore di un'esperienza pura”, di una potenza del
dipingere capace di sopravvivere al dipinto. “Sopravvivere non aldilà
(o al di fuori) ma dentro ciò che è dipinto, nella sua struttura
profonda” (25). Sono un po’ le idee che da Malevic in poi, su su, fino
a Reinhardt, Klein, Ryman, ecc. hanno improntato le ricerche che si
sono confrontare con l’assoluto, l’ineffabile (o anche con l’altro,
l’altrove, il divino). “Lo zero delle forme”, lo spazio senza gravità.
e senza precise dimensioni, un mondo senza immagini: tutto concorre a
definire la pittura astratta (monocroma) che, in qualche modo,
trattiene in sè “il motivo dell’infigurabile” e dell’Innominabile. Da
qui, a quell’incandescente soglia spirituale che . l’Icona, il passo è
breve: l’Icona intesa quale “opera testimoniale”, quale culmine mistico
che “solleva la mente delle immagini agli archetipi celesti”, quale
ianua traboccante di luce che immette (secondo la teoria dogmatica) al
Volto del Padre, al volto dei volti.
Ebbene, anche le opere di Debiasi di questo periodo (’89 - ’91)
sembrano astrattizzarsi, farsi epifanie assolute, senza più direzioni,
dimensioni, sensi (il vero senso, restando qualcosa di enigmatico, di
arcano). Gli stessi colori che l’artista impiega (ori assoluti, azzurri
profondi, rossi emorragici) non hanno più nulla di apparente, di
illusivo, ma conducono verso uno splendore originario, verso un plenum
cromatico accecante. Se si osserva Omaggio alla serva (del ’90), un
dipinto che ha le misure simbolicamente perfette, magiche del quadrato
(cm.85x85), ci troviamo di fronte ad un fondale dorato (di chiara
derivazione bizantina), dove l’oro, in quanto sostanza luminosa, riesce
a smaterializzare gli spessori pittorici, le scritture e perfino gli
oggetti che campeggiano su di esso. Certo, il problema di Debiasi non
è quello di “mostrare l’invisibile”, di conseguire
“un’espressività senza espressione”, una visione che non è di
questo mondo (26), ma, con più probabilità, quello di portare proprio
il cielo in terra, di far discendere paradossalmente l’ ”Invisibile nel
visibile”, di attingere a quelle tracce, a quei segni, a quei simboli,
attraverso cui l’Assoluto si disvela al credente (o meglio, attraverso
cui il credente cerca di immaginare, di cogliere l’Assoluto). E’, in
fondo, l’atteggiamento che egli tiene nei confronti di ogni “entità”:
vuole realizzare un faccia a faccia, interrogare, indagare, riconoscere
ciò di cui sta dando testimonianza.
Nell’introdurre la mostra dal titolo “Numero Civico 26” (tenuta presso
la Galleria Goethe nel settembre del 1990) Luigi Serravalli, tra
l’altro, osserva: “Il dipinto di Debiasi s’invera nella materia che
illustra il tempo e lo spazio, né questi elementi troverebbero ordine
senza una straordinaria energia ed un pensiero coordinatore. (Noi) ci
esaltiamo in quest’ ’ordine’ che è apparenza del nostro immaginare”.
Ordine, equilibrio, misura, (perfezione?), dunque, ma solo per
trattenere “la straordinaria energia” del fare o, anche, armonia
(astrale o solo astratta?), ma per trarla oltre sè con una forza vitale
che la trasfigura in movimento, in divenire incessante di segni,
colori, materie. Così, nell’opera Giorno delle ceneri, c’è una croce
rossa che s’instaura al centro del quadro, una croce che, in qualche
modo, costruisce (scandisce) lo spazio, ma che non ha più nulla a che
vedere, per esempio, con la Croce nera di Malevic, vera scomparsa,
dissoluzione e sprofondamento di ogni realtà oggettiva e invito a
contemplare il grado di densità del colore, a percepirne l’eternità
intrinseca. La croce di Debiasi è “tirata su”, nel vero senso della
parola, è costruita con le mani, fino a costituire un autentico
spessore, uno stravolto corpo plastico. Essa non fa cenno ad altro che
al martirio di Dio in terra, all’emblema cristiano attraverso cui si .
compiuto l’estremo atto salvifico. E l’artista arriva ad utilizzare una
delle sue immancabili frecce, per sottolineare, con sorridente naiveté,
che ciò che conta è l’assoluta centralità del motivo e non le
modalità del prodursi del motivo stesso, che fondamentale è
l’interiore risonanza, il “ricordo” che esso suscita e non il muro di
pittura che lo fonda.
Tutti sappiamo che non è così (e lo stesso Debiasi lo sa, anche se ama
sviare gli sguardi dalle sue intenzioni). In fondo “il motivo” . solo
un pretesto, un appiglio, per mettere in scena una infinita
compenetrazione di materie, oggetti, colori, una metamorfosi
permanente, barocca (fra i materiali e le forme, fra le differenti
forme, fra le forme e il loro senso o la loro funzione). Basta fissare
l’attenzione sul Capitello con al centro una cassetta che funziona da
tabernacolo (o da edicola sacra): . come andare incontro a una
sorprendente mise en abìme, dove l’occhio s’imbatte in un succedersi
interminabile di elementi immaginativi: il piano pittorico, la misera
nicchia lignea, un velo di pizzo, due immaginette (due comuni
“santini”); o guardare Convivio, in cui una corona di legno (tra gli
altri oggetti che compongono il dipinto) penetra e si con-fonde con la
pittura, suggerendo un’idea di preghiera sulle cose (o di voce orante
delle cose stesse).
Sono, comunque, sempre dei quadri-trappola, tutti da intuire,
interpretare, forse addirittura tutti da inventare da parte
dell’occhio: i piccoli oggetti (giocattoli, suppellettili, attrezzi),
invero, non fungono (solo) da elementi memoriali, e se alla memoria (al
tempo trascorso) fanno cenno, lo fanno secondo il concetto bergsoniano
dell’ ”èlan vital”, di qualcosa, cioè, che di continuo si ri-crea e si
arricchisce: e perciò, essi (gli elementi extrartistici) fungono quasi
da avvio alla pittura stessa o, quantomeno, da elementi che si
scambiano le parti con essa: (c’è, difatti, lo spazzolone della serva
che sembra una pennellessa, un barattolo che versa colore, un
crocefisso che esce letteralmente dal quadro, come fosse un gesto
esagerato)... Così, l’immagine, alla fine, pare diventare una sorta di
rito in atto, di funzione in opera, in cui l’oggetto non fa che rendere
concettualmente più dinamico, aperto il senso di questa cerimonia. In
fondo non ha detto anche Duchamp: perché dipingere un oggetto se lo si
trova già fatto?
Molti interpreti che si sono confrontati con l’opera di Debiasi (prima
e dopo questo ciclo specificamente improntato a motivi liturgici) hanno
fatto cenno ad una sua spiritualità di fondo. Mario Cossali (“Alto
Adige”, 18 dicembre 1989) scrive: “Non si può tralasciare l’insistente
traccia di nostalgia religiosa che permea con profetica ambiguità molte
tappe di questo itinerario e che segnala in forma crucifera i bordi e
gli anfratti del mistero, nel quale l’artista e l’uomo per tanta parte
si sente calato”. E Giorgio Mascherpa (sul catalogo di “Storie di
paese”, 1987) da parte sua rileva: “In questi dipinti la furia segnica
(...) s’è andata interiorizzando in una spiritualità tesa di tempo e di
silenzi, dove continuamente luci di verità e intuizione inconscia
confluiscono a dar vita all’abitatore invisibile di questi spazi
dell’anima, appunto l’uomo”. Né va taciuta la partecipazione di
Debiasi a mostre che si sono interrogate sui rapporti tra l’arte e la
fede (come “Lux mundi”, Albergo delle Povere, Palermo, 1991) o tra
l’arte e la sua grazia interiore (come “La dimora degli dei - Sacro e
dintorni”, Casa Anselmi-Bacarnovich e Galleria Ponte Pietra, Verona e
Castel Ganda, Bolzano, 1996). Ma, aldilà di tutto si può
sostanzialmente affermare che in Debiasi (anche quando pare
evidenziarsi un’iconografia classica, tradizionale) non c'è mai
l’abbandono a semplici immagini retoriche, a cliché, a stereotipi del
mondo cultuale. Per lui possono valere le parole di quel raffinato
filosofo che è stato Andrea Emo: “L'inconoscibile viene creato, è
creazione di conoscenza”: come dire che quel senso di trascendenza che
prende corpo nell’opera avvia nuovi processi apprenditivi, nuove
potenzialità creative. Ogni lavoro si dà così, come inquisizione
aperta, come ipotesi di un mondo altro, ma soprattutto come cenno al
mondo (dell’opera) come “altro” o, come ha detto Schelling, a un
“prodotto artistico che è, si, finito, ma che mantiene una significanza
infinita”.
Note:
1) F. Gualdoni, Le Forme del presente, Utet, Torino, 1997
2) M. Fagiolo Dell’Arco, Rapporto ’60, Bulzoni Ed., Roma, 1966
3) M. Antonioni, in AA.VV., Michelangelo Antonioni, Pratiche Editrice, Parma, 1985
4) A. Artaud, Oevres Complètes, Gallimard, Parigi, 1956-74
5) J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino, 1971
6) M. Shapiro, Su un dipinto di Van Gogh, in L’arte moderna, Einaudi, Torino, 1986
7) G. Scarpetta, L’artificio. Estetica del XX secolo, Sugarco Edizioni, Milano, 1991
8) G. Deleuze, La piega. Leibniz e il Barocco, Einaudi Editore, Torino, 1990
9) M. Cacciari, in Anselm Kiefer (mostra a cura di G. Celant), Museo Correr (VE), Cat. Ed. Charta, Milano, 1997
Note:
1) G. Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
2) Si è scelto di riportare direttamente nel testo la letteratura
testimoniale (affidata alle presentazioni in catalogo) e il lavoro
svolto dalla critica di prima istanza (la critica militante) che ha
accompagnato con recensioni e commenti l’avvicendarsi delle mostre di G
Debiasi. La solita “Antologia critica”, confinata, abitualmente, al
termine delle monografie ci è sembrata troppo inerte e tuttalpiù legata
a istanze filologiche: attenendoci invece al postulato eracliteo
secondo cui “ogni cosa diviene ciò che è stata”, abbiamo ritenuto
opportuno praticare un procedimento capace di instaurare una dialettica
tra il pensiero di ieri e quello di oggi, tra le interpretazioni a
caldo (e per brani) e una analisi a posteriori (e complessiva).
3) G. Celant, Il limite svelato. Artista Cornice Pubblico, Mole Antonelliana, cat. Electa, Milano, 1981
4) R. Barthes, L’ovvio e l’ottuso, Einaudi, Torino, 1985
5) M. Cacciari, Il continuum di Vedova, in AA.VV. Vedova...continuum..., PAC, Cat. Mazzotta, Milano, 1991
6) T. Toniato, La “scuola” di Emilio Vedova all’Accademia di Belle Arti
di Venezia: didattica globale e pluralità creativa, in Vedova e il
laboratorio dell’Accademia di. B A. di Venezia, 1984
7) P. Klee, Teoria della forma e della figurazione, Feltrinelli, Milano, 1959
8) E. Vedova, Stralci da quaderni, Galleria Planetario, Trieste, 1980
9) M. Cacciari, Icone della Legge, Adelphi, Milano, 1985
Note:
1) G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo libri, Bari, 1975
2) M. Leiris, La linea senza briglia, in AA.VV., Masson, Carte Segrete, Roma, 1989
3) Riguardo a Piranesi e al senso del suo lavoro fantastico, diffuso,
fondo, ecco una annotazione (che è anche schizzo/pensiero/disegno) di
E. Vedova: “Quando ebbi nelle mani il Catalogo Piranesi a S. Giorgio
(Fondazione Cini) ... e vidi - furono “sorprese” i suoi labirinti
maledetti, il suo sbarrato, i suoi collages/archeologici, le sue “carte
geografiche”: diari stratificati d’immersione...”. Da una lettera (a R.
Fuchs), 1982
4) E. Junger - M. Heidegger, Oltre la linea, Adelphi, Milano, 1989
5) M. Cacciari, Icone della legge, op. cit.
6) M. Heidegger, Sentieri interrotti, Nuova Italia, Firenze, 1968
Note:
1) M. Carboni, Il sublime è ora, Castelvecchi, Roma, 1993,p.92
4.1 Il qui: paesaggio e nature morte
Dopo gli sguardi a breve gittata, bloccati, intimizzati: quelli, cioè,
portati sulle architetture (anche se in perenne evasione da se stesse)
e quelli portati sui riti antichi del paese (anche se riformulati da un
gesto sempre intensamente creativo), ecco gli sguardi che fanno
esperienza del fuori, dell’evasione, della lontananza. Come un moderno
impressionista, forse stimolato dall’esperienza fatta nel ’88 ad Arte
Sella (dove fa pendere dai pini un’altissima orifiamma con i colori
dell’arcobaleno), Debiasi comincia ad uscire incontro al mondo,
all’aria, alla luce. Scopre la libertà di vedere, di cogliere tutti i
fenomeni luminosi fino nei più sottili mutamenti. Intuisce che si può
rendere sacro anche il reale visibile e che si può cogliere la
trascendenza anche passando attraverso l’immanenza. In fondo, però, a
ben pensarci, non è altro che un ulteriore modo di esprimere
(ex-premere, far emergere) il suo panteismo primitivo, la sua idea
(chiaramente spinoziana) di “una coincidenza dinamica di finito e
infinito”. Cambia solo il fuoco su cui si appunta l’occhio, muta solo
l’oggetto del desiderio.
E’ vero, come è stato notato: i colori si liberano da ogni “avarizia
cromatica”, le tinte “si gonfiano (...) e tutto inondano di un denso
colare lavico”. E’ vero: emergono nuove riflessioni sullo spazio, nuove
indagini sul senso stesso del dipingere e del vedere forme. Ma cosa
coglie, effettivamente, dal mondo naturale, Debiasi? Non la dimensione
teorica del paesaggio, non l’hic et nunc percettivo, non la visione più
allargata (e complessa) della realtà. La veduta, per lui, è ancora una
volta l’appiglio per un gesto che dà vita a un densissimo magma
materico, a una sostanza immensa, a coaguli che sembrano accusare una
filiazione di “matrice cosmica”. “I paesaggi” dell’89 immettono
addirittura in una dimensione di spessore, di palpitazione fonda, di
gravezza che sa di immagine courbetiana o, facendo un balzo nel tempo,
in una dimensione di traccia pura, grondante di colore, in una nozione
di muro materico che sa di certo Pollock. L’artista, insomma, diviene
la cosa stessa che sta creando. Non vede pi. il mondo, se non come
intrico di tutte le traiettorie lasciate dal proprio corpo in moto.
L’esterno, oggi come ieri, non è altro che una proiezione del proprio
interno: il suo occhio è tattile, più che percettivo. La realtà gli
passa tra le mani, fino a sfuggirgli via, a tramutarsi nella fisicità
“altra” della pittura. Così, partito alla ricerca di nuove forme,
Debiasi vede dissolversi anche l’ultimo testamento formale. Ma, se un
Pollock copriva grandissime superfici, inverando realmente un mondo
nuovo, il dipinto dell’artista roveretano (in questa fase, almeno) è
spesso di dimensioni ridotte e aumenta, se possibile, ancor più il
precedente senso di clausura, di sbarramento, di occlusione visiva.
Ma, anche in tempi successivi, quando il segno pare farsi più
esplorante (ed esplosivo): vera pittura in avanscoperta, colore che
tenta di penetrare la distanza, ogni idea di spazialità risulta di
nuovo sottomessa al gesto, legata alla sua facoltà ricognitiva. In
altre parole, l’atto forgiante (simile all’atto del vasaio che “palpa
l’interno delle sostanze”) si porta appresso lo spazio dove appoggiarsi
e dove deporre la propria corsiva traiettoria. E’ un muoversi estenuato
(ed estenuante) che dà però testimonianza solo del movimento stesso: è
una spinta che si trasferisce, come una scossa elettrica, direttamente
nel colore, fino a protenderlo oltre i propri bordi, fino a renderlo
invariabilmente rotto, liso, aleggiante: e, quindi, inadeguato a
definire il mondo visibile o a offrire anche solo dei minimi indizi di
realtà. L’impiego di una cromìa che rimanda ad umori e sentori naturali
(vegetali) è di là dal risolversi in fatto mimetico: essa produce
sintomi, atmosfere, pensieri di paesaggio (possibilità di sguardo), mai
appuntamenti definiti, mai appigli precisi. Appigli che, d’altronde,
Debiasi non desidera, non vuole, proprio perché non gli interessa la
forma in sé (arresto e termine di ogni visione), ma la formazione
(il pro-dursi della visibilità), non gli interessa l’orizzonte (il
limite), ma quanto è illimitato, senza meta, senza termine.
E, quasi a fare in modo che l’immagine partecipi di una gravitazione
infinita, di una sorta di moto perpetuo, egli arriva a proiettarla
all’interno di quella assoluta figura centripeta che è il
cerchio. Lì, dentro la forma per eccellenza (la forma dell’occhio, del
mandala, del rosone), il movimento delle materie si fa davvero un
vorticare ellittico, un turbine che si irradia in ogni direzione, come
nel Paradiso del Tintoretto: lì, il centro non rimane pi. il punto
statico che segna il cuore, il principio, l’origine della forma: esso
viene travolto, diffuso, reso ubiquo. L., ogni luogo può diventare il
centro, l’origine della creazione; lì, l’universo può sorgere ovunque.
E allora si capisce che il vero paesaggio di Debiasi, non è una
dimensione conoscibile, situabile, ma proprio la resa di una
dislocazione, l’esibizione di un “non-luogo”, il raggiungimento di una
sorta di “catastrofe” spaziale (dove gli spazi sono oltre ogni ordine e
proporzione: autentiche distese di pittura a perdita d’occhio).
Aggiunge Fiorenzo Degasperi (“Alto Adige”, 20 ottobre, 1989): “La
velocità di esecuzione (di Debiasi) riesce a scardinare (anche)
l’imperitura presenza del tempo, trasmettendo alla tela un senso del
vivere che ha radici profonde e lontane”. E Serravalli (sempre
sull’”Alto Adige”, 12 giugno 1990), testimoniando delle uscite
dell’artista per dipingere “en plein air”, mette in risalto il suo
saper cogliere impressioni che riferisce con una nuova oggettività
astratta. Una specie di lotta per raggiungere l’acme: bloccare il
paesaggio nei suoi momenti essenziali...”.
La nozione di veduta, dunque, si esprime attraverso una visionarietà
drammatica, romantica: si rivela attraverso uno sguardo che interroga,
leopardianamente, il “celeste confine”, gli “interminati spazi”,
restando però sempre sul bordo oscuro e tragico dell’interrogazione
stessa. Nella pittura (di paesaggio) di Debiasi si affaccia “il mistero
di uno spazio che non ha confine, di un tempo che non è più ordinato in
una successione, ma che si dà come mescolanza vertiginosa di tempi, di
eventi, di cose” (1). Come Friedrich egli sembra aver chiuso il suo
occhio fisico “per vedere anzitutto il quadro con l’occhio dello
spirito”, e poi far “salire al giorno” quello che si è visto nella
notte. E’ per questo che i suoi colori hanno come un lato d’ombra, di
incertezza (“un moto confuso, molteplice, disordinato”): non sono il
risultato di uno sguardo che segue il profilo esteriore del mondo, ma
uno sguardo che vuole entrare nella sua verità, nel suo cuore (che poi,
in fondo, corrisponde con il cuore stesso del pittore).
Eppure i primi incontri con il motivo del paesaggio avvengono dentro
una chiara suggestione narrativa. E’ l’88 e il soggetto è la Lessinia.
Il taglio appare quasi fotografico, anche se la messa a fuoco . piena
di salti percettivi, di slabbrature, di dissolvenze, e se la luminosità
sembra smaltata e i pigmenti quasi artificiali.
E’ come se al primo approccio a questo nuovo orizzonte d’immagine,
Debiasi usasse una sorta di cautela e di rispetto, misurasse
metaforicamente le distanze, le angolature, le proporzioni, i punti di
vista: facesse, cioè, come un “fermo immagine”, simile a quello che
realizza nell’86 con le “Nature morte” (La mela rossa, Le cinque mele):
ma l. con una motivazione intrinseca al soggetto (quella cioè di essere
già qualcosa di immobile, di statico, di de-finito in s.).
Qualcuno ha avvicinato questi lavori alla pittura di Schifano (almeno
ai suoi Paesaggi anemici): ma Schifano ha come obiettivo quello di
“rifarsi un’ottica”, di costruire un paesaggio, riprendendo elementi
dalle varie avanguardie (citando Duchamp, Boccioni, Brancusi) e
arrivando a un’immagine in cui la sintassi compositiva è tutta
dissociata. In Debiasi invece c'è come una inattesa compostezza, pur
nell’abbreviazione (nella sintetizzazione) di ciò che viene dipinto.
Nei “Paesaggi” (come del resto anche nelle “Nature morte”), casomai la
mobilità data (suggerita) da quell’elemento vitale e
spregiudicato che sono le frecce, da quei segni saettanti che
invariabilmente danno indicazioni all’occhio, per indirizzarlo alla
meta e insieme sviarlo, spingerlo verso le più impensate
direzioni.
E a proposito delle frecce sono stati tentati numerosi commenti,
letture, interpretazioni. Ecco quella di Giampiero Cane (su “L’Adige”,
5 maggio 1993): “E’ una freccia che non indica nulla di specifico, che
va diritta sopra e dentro l’immagine, oppure a zigzag, o anche disegna
una curva, ma sembra semplicemente andare, senza essere stata
indirizzata.
In realtà non si sa nemmeno da dove venga, ma va nel senso della
lettura, da sinistra a destra, salendo un poco a volte, in diagonale, e
se, a zigzag, finisce col tornare verso il punto di vista, quindi col
disegnare un senso di profondità. E’ in questa freccia l’idea del
movimento che spesso la pittura ha cercato di configurare, superando la
propria natura di immagine fissata, è in quella freccia l’idea della
velocità, di quel gesto con cui l’artista realizza le sue immagini, che
ci sembra debba essere sempre rapidissimo”. E Renzo Francescotti (in
“Artisti Trentini di fine Novecento”, ed. U.C.T., Trento, 1996)
ribadisce: “Le frecce diventano irrinunciabili a indicare le
traiettorie delle cariche elettriche che circondano tutte le cose. C’è
una forza magnetica vorticosa che avvolge - travolge le cose e
l’artista la polarizza, la stampa su carte e tele...”. E se, invece, le
frecce non servissero solo a creare movimento all’interno
dell’immagine, ma addirittura a dilatarne il campo? E se fossero degli
strumenti che l’artista impiega per togliere all’osservatore il suo
“punto di vista”, sollecitandolo verso una continua dislocazione
visiva, verso una incessante esperienza di smarrimento? Esse
diventerebbero una sfida a livello filosofico e psicologico nei
confronti di quella che è la convenzionale abitudine al vedere. In un
tempo in cui la tecnica ha fatto saltare ogni categoria di spazio e di
tempo forse solo “il nessun punto di vista” (in quanto tutto è visibile
in tempo reale) ci è ancora concesso. E le frecce ci prospettano
proprio una simile visione: una visione senza riferimenti e senza
prospettive.
Ma, riprendendo il “motivo” del paesaggio, ci si accorge che Debiasi fa
di questo motivo un po’ la costante di tutta la sua pittura a venire (
fino alle prove più recenti), convinto che tornare, riprendere in mano,
approfondire un determinato soggetto gli permetta di conoscerlo di più,
di sviscerarne i sensi più celati, non solo: ma convinto anche che il
persistere sul tema metta in moto nel suo stesso sistema espressivo un
susseguirsi di reazioni che dilatano il suo modo di fare arte (di
dipingere).
Così in Tracce in campagna (del ’92), ad esempio, ogni forma è solo un
residuo di vista naturale: una nebbia luminosa (dorata) e bruna che
scioglie vegetazione, pietre e cielo, lasciando emergere solo i
fantasmi oscuri di una vita che appare, come in Music o in un tardo
Monet, incenerita e tragica. Qui, lo spazio risulta interno
all’immagine, non abolito ma come nascosto dietro: lo si avverte, ma
non lo si può misurare. Più oltre, come nel Grande masso (del ’95),
Debiasi torna a dilapidare freneticamente materie e gesti, non però per
costruire un’ipotesi formale, ma per attuare quasi un viaggio
all’incontrario, e cioè per separare i dati troppo statici e
individuali dell’oggetto in questione, anche a rischio di perderne i
tratti, di smarrirne i significati. Ciò che interessa è “decostruire”
la certezza della visione e fare in modo che essa si caratterizzi
aldilà di se stessa. Quale paesaggio (in questo ciclo) rimanda
autenticamente a un paesaggio? Il corpo dell’immagine, qui, pare
qualificarsi paradossalmente come corpo della domanda: che cosa è in
opera nell’opera? Ogni azione (di disturbo, di rottura) mira a mettere
in questione la realtà del visibile, a rinnovarcela sotto gli occhi.
Scrive, al proposito, anche Maurizio Scudiero (sul catalogo della
mostra tenuta presso la “Galleria Esplanade” di Hannover, 1996): “E’ un
fare e disfare, una continua, incessante “opera sull’opera” (...).
La Natura si concretizza in una pluralità di luoghi?, e si anima con
una ‘molteplicità di vite’...”. “Questo paesaggio, rileva in una nota
di poetica lo stesso artista, diviene metafora, sogno, contenente e
contenuto ad un tempo di valori secolari, ma è anche un punto
interrogativo, una base per partenze e ritorni, toccate e fughe,
avventure e disavventure”: un aggirarsi per il mondo, per vederlo da
tutti gli angoli, per ridurlo in frammenti, per coglierlo a brani, come
in una rapida, insistita vivisezione.
Infine, ecco: Campi di grano (del ’95 -’98), gli universi gialli,
costruiti per piani, come in una ipotetica prospettiva, in uno sforzo
di controllo, di organizzazione.
Ma le due zone cromatiche “spazialmente divise (...) sono poi
riconnesse da tocchi supplementari di colore che riecheggiano le più
vaste forze dell’insieme, e istituiscono legami tra zone separate” (2).
E allora siamo di nuovo di fronte ad un luogo “indistinto e destituito
di centralità”, come nei campi di Van Gogh. L’alto e il basso si
toccano l’un l’altro, ondeggiano, si influenzano: e “la loro prossimità
li intensifica, crea movimenti nella loro intimità” (3). Per cui la
stessa materia sembra animarsi aldilà delle sue già febbrili vitalità
interne, sembra dire il proprio essere (oltre il proprio apparire):
sembra affermarsi addirittura come cosa, come spiga reale immessa nel
quadro. Così, però, siamo ben oltre un semplice sentimento del mondo,
siamo davanti alla sua lampante, tangibile evidenza. Ma, a questo
punto, stiamo osservando un dipinto o un campo? Dove avviene lo scambio
delle parti? Dove si colloca il miraggio?
Note
1) F. Rella, Romanticismo, Pratiche Editrice, Parma, 1994,pp.43-44
2) M. Shapiro, op. cit., p.95
3) M. Butor, Saggi sulla pittura, SE, Milano, 1990, p.143
5.1. Gli animali
“Se dovessi avventare una profezia direi che ora (Debiasi) . anche
quasi pronto per un recupero concettuale della figura umana”. E’ un
sottile, meravigliante azzardo che Serravalli avanza sulle pagine del
catalogo “Autunno” (Cantina Endrizzi, ’89): sta parlando dell’attività
frenetica del pittore roveretano, “dell’interiore ginnastica e
acrobazia” cui egli sottopone ogni giorno il linguaggio, perchè possa
avere maggior forza. Ed è come se il presentimento fosse un’emanazione
(un suggerimento) che viene dallo stesso linguaggio, da una pittura
tutta fatta “con il cuore e con le reni”. Comunque sia, quello che
conta è che tra il ’95 e il ’97 Debiasi affronta effettivamente
soggetti umani e animali. C’è, è vero, un precedente, ma è quasi una
prova, qualcosa sfuggito per caso dal ciclo dell’”Iconografia
contadina”, ed è La renga (dell’’85), un olio su carta, dove
l’impaginazione è data da una grafia sfrangiata, palpitante, satura, ma
dove poi segno, materia e colore sembrano stringersi e ibridarsi,
conseguendo un grandioso e sublime disordine. Il punto di coaugulo ,
l’addensamento di tutto sta nel golfo d’ombra che sulla destra del
dipinto attira e imprigiona nella sua nerità ogni paesaggio o
combinazione formali. E’ un annuncio, anche se inconscio, di quelle che
saranno le soluzioni visionarie, notturne, brutali che
caratterizzeranno tutti i quadri con animali.
Non è però la pura brutalità esibita, la ricerca di effetti di cruda
barbarie che interessano a Debiasi: e anche quando (come nel Maiale
nella mesa o nella Pelle di pecora a Cherso del ’97) egli ci pone di
fronte a un corpo aperto, a una carne macellata, non è la carcassa
appesa, non è la traccia sanguinolenta dell’uccisione che intende
mostrarci, quanto il movimento di trasformazione attraverso cui egli
lavora la figura, attraverso cui la rende incredibilmente viva. E’ un
po’ quello che accade con i buoi squartati di Chaim Soutine, dove non
ci viene offerta l’idea di un loro penetrare nello spazio della morte,
quanto di un loro inventarsi uno spazio in cui espandersi, dentro una
materia che non cessa di esistere in tutti i suoi significati e la sua
intensità (tutt’intorno, come una placenta). Con questo non si
vuol dire che sia eliminata ogni visione truculenta, ogni nozione di
crudeltà, ma si tratta sempre di una crudeltà ontologica (non
sociologica, non storica): una crudeltà sorda, una vertigine della vita.
I corpi spesso sembrano emergere dal fondo e presentarsi in un primo
piano, prominente verso lo spettatore: ma quella negritudine che li
avviluppa non si fa simbolo della profondità, del territorio
dell’ignoto, quanto diventa modalità per mostrare il loro venire alla
luce, elaborarsi, incendiarsi nel tocco, fermentare al contatto del
gesto. “La figura è una forma che accade nel quadro, l’opera nasce qui
e ora, è questo esporsi. E’ un salto dal nulla a questa cosa qui”: così
scrive Nadia Fusini a proposito dell’opera di Francis Bacon. E anche in
Debiasi l’opera ha a che fare con il movimento dell’emergenza (del
surgimiento, come il pittore Antonio Saura definisce l’enigmatico
apparire della testa del perro di Goya). “E’ questa emergenza che
costituisce l’irreprimibile momento donatore dell’opera d’arte” (1).
Come sempre, in fondo, la creazione di Debiasi è metamorfosi, mutamento
di forma, grazie al quale l’esistenza stessa si trova cambiata. La
figura dell’animale perde invariabilmente il suo corpo (nel senso che
viene deformata, schiacciata, forzata, resa volatile dai continui
spostamenti della materia). Un costante senso di caducità la assilla. A
volte appare come un autentico mancamento, un’energia vuota, una forza
che si fa latente e che arriva all’immagine solo in modo frammentario e
straziato.
Nell’Aquila (del ’97) o nel Salto del gatto (del ’95), ad esempio, si
ha proprio la percezione di un volo ad ali aperte, “come di angeli,
che, colpiti, spandono nel cadere tutta la maestosa iridescenza del
loro ultimo volo (o balzo)” (2). La caduta, però, non è solo perdita,
dissoluzione, abbandono (del proprio essere): in essa permane anche una
tensione (magari solo in potenza), un’eccitazione visiva:
un’impressione di flusso (di velocità) che Debiasi ottiene impiegando
in pittura un metodo simile a quello adottato da Muybridge in
fotografia, e cioè quello di realizzare una “estrema complicazione di
traiettorie”, sollecitando molti punti dello spazio con “elementi
animati da velocità, direzioni, accelerazioni tra loro diversissime”
(3). E’ logico che si abbia come conseguenza, la privazione assoluta di
ogni informazione oggettiva, un continuo differimento dei termini e del
termine) dell’immagine. Ma è l’eterna scommessa di Debiasi; quella di
violare la vita, là dove essa, “si compone in facciata” (in struttura,
in corpo), per donarle qualcosa di davvero vitale; la linfa del gesto,
il suo scorrere deciso e incalzante.
5.2 Le belle donne
I gesti del vivere e i gesti del dipingere si sovrappongono, si
confondono. “Quando stendo le braccia e mi domando dove sono le mie
dita, questo è tutto lo spazio di cui ho bisogno come pittore” (Willem
de Kooning). Ma che vita dipingere entro questo spazio breve, intimo
delle braccia? La risposta di Debiasi, in questo ciclo, è radicale: la
carne, la donna: e, secondo l’assunto di partenza, non una donna da
cogliere con occhio distaccato, con una vista a distanza, ma una donna
con cui avere un contatto, un’identificazione. Perciò da qualsiasi
modello egli prenda avvio, la sua azione risulta immediata, veloce,
vorace. Ne esce un’immagine sempre complessa, deformata,
indiscernibile: una materia senza più idee, una massa senza più rimandi
figurali.
Ma, una risoluzione che è raggiunta in un tempo sicuramente breve, poi
si “prolunga nel tempo”, appare interminabile, e non solo da un punto
di vista interpretativo (in quanto la stessa immagine può essere letta
come roccia, vegetazione, danza segnica), ma proprio da un punto di
vista di conclusione dell’opera. La fine può avvenire in ogni momento o
può non avvenire mai, neppure quando la superficie della tela è
interamente coperta. L’organismo pittorico può essere completato solo
dalla sua vitalità, dalla sua pulsione, dalla sua tensione. L’opera può
risultare finita: “ma è attraverso l’apparenza non finita che (essa)
contiene l’infinito” (4). E’ una questione che riguarda tutta l’arte
contemporanea: il confine dell’opera non è più esterno (dato dal
conseguimento di un determinato canone estetico), ma . interno (dato
dalla conquista di un determinato grado di intensità, di urgenza, di
passione): non lo si conosce, ma lo si sente. De Kooning arriva perfino
a dire (e può sembrare una provocazione): “Io mi trattengo dal
terminare un dipinto”. Ma provocazione, in realtà, non è, perché
praticare l’aperto, vuol dire continuare a tenere viva l’interrogazione
sul dipinto stesso e in un certo senso, prolungarlo oltre i propri
limiti, renderlo “illimite”.
Certo è che le presenze che ci si mostrano sono letteralmente disfatte,
portate quasi al limite della distruzione (alla soglia di una pura
testimonianza gestuale, di un grado embrionale del segno). E’ come se
Debiasi regredisse ad uno stadio fetale della forma o la superasse
(nella deformazione). Il rapporto viscerale con l’opera, la pittura
ossessiva, maniacale, forsennata non gli permettono di raggiungere il
soggetto, di fermarlo, di formarlo, ma solo di allontanarlo. E in
questa dinamica operativa assume una valenza tutta particolare il fatto
che l’essere che viene affrontato sia la donna, e che quasi sempre essa
si trovi isolata da un contesto ambientale, a volte addirittura colta
attraverso una visione ossessiva, intensiva che consente uno sconvolto
scrutinio dei particolari anatomici (l’urgere dei seni, della bocca,
dei sessi). Così, però “La bella donna” si trasforma in “madre che
divora i propri figli, in una deità vendicatrice, amante, amata,
fantasma di erotismo, figura di godimento, ecc. (5).
Nel ridurre la sua donna a una sorta di idolo ancestrale, selvatico,
muto, non c’è però da parte di Debiasi nessuna intenzione di fare un
discorso sociale (di appartenenza, di genere, di sesso). Semplicemente
egli vuole mostrare come la figura in cui s’incarna la vita sia
divorata dalla vita stessa, come il simbolo per antonomasia della
creatività diventi il simbolo della precarietà dell’uomo, della sua
disperata perdita di certezze. Così il cerchio, in qualche modo, si
chiude: vita, donna, pittura. Ognuna di queste realtà esiste per il
tragico che porta in sè. La vita che continua nella morte, che diventa
la pittura che si fa assoluto disordine. Perfino le foto che,
probabilmente, l’artista impiega nel lavoro, non sono utilizzate per
una messa in posa (del soggetto), ma per una loro esplosione sulla
tela. Tutto in fondo deve essere diverso da ciò che è, deve essere un
pro-getto nel senso pieno del termine, ossia un’idea buttata avanti,
perché ogni cosa (ogni immagine) rimanga aperta, possibile,
praticabile.
Note:
1) N. Fusini, B&B. Beckett & Bacon, Garzanti, Milano, 1994, pp.64-65
2) P. Bigongiari, Dal Barocco all’Informale, Cappelli editore, Bologna, 1980, p.189
3) A. Pierantoni, Forma fluens, Boringhieri, Torino, 1986, p. 548
4) R. Tassi, L’atelier di Monet, Garzanti, Milano, 1989,p. 257
5) A. Codognato, De Kooning, Studio Marconi, cat. Electa, Milano, 1985, p. 19
6.1 Paesaggi estremi
Lo sguardo torna a posarsi sui luoghi, a esplorare le dimensioni
dell’abitare, a istituire un corpo a corpo con il processo stesso del
vedere. Non è più la natura però che viene investigata, non è più la
fusione tra uomo e mondo che viene cercata, ma un viaggio in piena
libertà dentro una realtà dalle precise connotazioni culturali, dentro
un ambiente dalle nette caratterizzazioni storiche. La questione che si
pone Debiasi . come intervenire su un universo già codificato, evitando
sia l’accademismo (il semplice fatto mimetico), sia la sovversione
iconoclasta (il gesto puramente sovversivo). E sembra trovare la
soluzione nell’utilizzo di un effetto di “surcodifica”: cioè di
esasperata appropriazione di tutto quello che le strade, le case, le
immagini del luogo (di Ala) già offrono. In questa operazione di
immenso montaggio egli non sembra aver remore nel mixare codici alti
(come gli ordini architettonici dei palazzi, gli interni delle chiese,
ecc.) e codici minori (come i capitelli, le immaginette sacre, ecc.):
conta solo conseguire una sollecitazione visiva gigante, pullulante,
fantasmatica.
Se si osserva il dipinto Ala: giorno di festa in via Nuova (’98),
l’immagine sembra costruita come un immenso patchwork, per tappe, brani
di pittura, foto, ritagli di giornali che si incastrano, si
sovrappongono, si contaminano senza fine. Pu. ricordare L’entrata di
Cristo a Bruxelles di Ensor o Parigi, Rue Montorgueil il 14 luglio 1878
di Monet o ancora La strada imbandierata di Dufy (forme immerse in un
carnevale grottesco, una totale festa di luce in Monet, una
composizione di superfici piatte in Dufy). Debiasi, con ogni
probabilità, conosce questo “passato colto”, e forse se ne serve, ma
solo per aggiungere modello a modello, suggestione a suggestione: e
infine risolvere il tutto in una proliferazione quasi pulviscolare di
particolari. E’ stato fatto cenno per queste opere agli ori klimtiani
(e alle loro ricchezze e risonanze): vicino, però, va collocato anche
l’alfabeto volutamente dissonante e goffo di Kokoschka, “le sue
sgraziate calcature, i suo sbaffi e i suoi sgorbi tanto infantili
quanto caricaturali” (1). Non si spiegherebbe, altrimenti, quel senso
di “horror vacui” che sembra patire l’immagine, quel tutto pieno per
cui case e finestre si aggrappano le une alle altre, soprattutto non si
spiegherebbe quel far passare, come ombre inquiete, segni oscuri e
“sacrificali”, che deviano lo sguardo dal tripudio frenetico dei tratti
centrali del dipinto.
In Ala: via dei Vellutai (’97) le scritture si fanno ancora più
incombenti, al punto da dissolvere quasi ogni illusione di profondità.
Essi volteggiano, ansiosi, sulle case, che assumono così
improvvisamente un’aria di minaccia. Ed è come se si mostrasse
l’indicibile: un segno, una parola, un “prelinguaggio” che rende tutto
simile a un miraggio “vero non vero”, senza più luogo né tempo. In
Grado: un vicolo (’97) le lettere si fanno perfino leggibili ed è
permesso sillabarle, come una profezia o un ricordo ancora in essere.
Ma è la composizione ancora del quadro che pare richiamare una sorta di
topologia della memoria, piena com’è di buchi e di vuoti: un vero
terreno della discontinuità, della sconnessione, degli improvvisi
sprofondamenti, delle resurrezioni repentine: un grande abbraccio
segnico che coinvolge tutto, che non stringe niente, perché non è
nitido, marcato, incisivo, come invece è, ad esempio, la grande
segnatura di Tàpies, che disegna, scandisce la forma del quadro,
facendosi testimonianza di misura, rigore, conquista della spazialità.
La traccia di Debiasi è assillante, ma anche discreta, quasi impaurita.
Pare, in qualche modo, limitarsi al proprio annuncio, alla propria
cifra indiziaria o, tuttalpiù interferire con gli altri elementi che
gremiscono il dipinto. Ma cosa nasconde mai quella sua struttura
gigante, sempre al limite della diafanità? Nel passaggio di un
testo che Renzo Franceschetti dedica a Debiasi (“Espressionismo
magnetico” (2), in “Trentino Mese”, giugno 1996) così egli scrive: “La
sua è una pittura continuamente catturata da energie invisibili, ma che
chiunque, anche non volendo, capta: in ogni caso ne siamo circondati
individualmente, spazialmente, cosmicamente. L’avevano scoperta gli
antichi egizi (...). Gli sciamani erano i captatori, i mediatori, i
dispensatori di queste forze, di queste misteriose correnti magnetiche
(...). Le migrazioni degli uccelli sfruttano questi campi magnetici per
orientarsi (...). E’ stato scoperto che i Romani avevano imparato a
conoscere queste onde, ne tenevano conto disegnando sinuosamente il
tracciato delle grandi vie romane, e costruivano i loro templi soltanto
negli spazi in cui queste energie si concentravano”. Dunque impronte
che vengono da sapienze antiche, da fondi primitivi, barbarici, che si
strappano alle tenebre, per venirci incontro e suggerirci incontri,
soprattutto per suggerirci potenzialità d’immagine che arrivano da
stadi anteriori e che non sono mai state (non si sono mai costituite).
E’ per questo che i segni paiono appena affiorare in superficie: non
affermano nulla, non attestano nulla, se non il loro essere pure
impronte, orme, interrogazioni: sono figure, però, che hanno come una
forza interiore (sacra) e che, come scosse elettriche, ci aprono gli
occhi, ci spingono a osservare il mondo in un altro modo.
Ma è il dipinto tutto che in apparenza ha assunto un che di sacrale
(anche se si tratta di una sacralità laica). Esso pare costruito come
un tabernacolo, un reliquiario, una tavola d’altare, che mette in
mostra tutte le sue giunture, tutti i suoi contagi. Ma, è un discorso
devozionale, conseguito con mezzi profani, con un’iconografia di strada.
L’opera si fa, così, teatro di esperimenti arditi, di trasposizioni e
di modificazioni, subisce mutilazioni e ampliamenti, aggiunte e
riduzioni. E’ l’eterno gioco di Debiasi, quello di muoversi (anche se
pare fermo), quello di trasfigurare ogni cosa: quello di dire altro,
fingendo di dire lo stesso: quello di praticare interminabili
rovesciamenti, fino al limite di rendere di “un’inquietante estraneità”
(3) il luogo più comune, il suo stesso paese.
Note:
1) G. Marmori, La bellezza è difficile, Ed. Laterza, Roma-Bari, 1984, p.89
2) A proposito del lavoro di Debiasi quasi tutta la critica si è
pronunciata unanimemente, richiamandosi a un neoespressionismo con
sviluppi del tutto personali. Alle spalle c’è il magistero di Vedova
con la sua “gran maniera” gestuale, che ne accompagna il percorso fin
verso la fine degli anni ottanta. Poi le modalità espressive di Debiasi
sono state variamente interpretate: c’è chi lo ha collocato tra
“neo-fauves” (R. Bossaglia), chi ha visto in lui l’antico slancio
vitale dei futuristi (L. Serravalli), chi ha riconosciuto chiare
ascendenze barocche nel suo “rovesciamento dei materiali e delle loro
significazioni”. Questo stesso testo riporta infiniti accostamenti, ma
funzionali ad una maggior comprensione dell’opera e mai con finalità
classificatorie. Indicazioni più plausibili le offre, comunque, F.
Gualdoni, quando scrive: “Debiasi non si consente nè genealogie
nè parentele accertabili. L’alterità del suo rimurginare
fantasticando è, anche biograficamente, solitaria, reticente: come dire
un lavoro di poche parole”. Il suo stile è un no style, che
attraversando tutti gli stili, le tipologie gestuali in una colta
“introflessione” dà vita a un umile, personalissmo new style.
3) Guy Scarpetta, op. cit. p.113
Passando per via Vellutai
di
Valentina Anker
Le tele di Giuseppe Debiasi ci invitano ad un incontro: quello di Ala,
di un'infanzia scomparsa. Passiamo per via Vellutai, ancora una volta:
alziamo gli occhi verso i filatoi, i palazzi, le terrazze, dove, nel
Settecento, si fabbricava il velluto di Ala. Poi... secoli di silenzio,
di gesti, segni, mormoni e frammenti vengono alla luce come isole e
affioramenti della memoria, di due mondi di paese che stanno svanendo,
quello contadino e quello dei discendenti dei signori del velluto: è
così che entriamo nelle tele di Debiasi. Non si tratta di immagini
nostalgiche che fissano il passato: tutt'altro. Gli squarci della
memoria che egli riproduce sono materia viva, in movimento come le
sinapsi dei neuroni, che costruiscono il presente, la vita. Guardiamo
da vicino una tela: il fondo è quasi abolito e reso invisibile da segni
di pittura nera: è lavorato con la tecnica del "collage" o dell'
"assemblage" che utilizza vecchi "santini", quelli che si distribuivano
nelle chiese di Ala o di Santa Margherita, o esche, antichi tranelli
che insidiano ancora le trote argentate del torrente Ala. Dei violenti
gesti pittorici, neri o bianchi, ricoprono una parte degli oggetti,
rendendoli appena riconoscibili. La superfìcie della tela è talvolta
incavata da un pugno: non c'è più nessun illusionismo e l'artista
declama l'impossibilità di recuperare la continuità intatta del
passato. Il nero del subconscio invade le tele: il frammento emerge e
l'assenza della totalità degli oggetti mette in movimento
l'immaginazione, che ricostruisce ciò che manca. La tela è un campo di
brandelli di una memoria lacerata, da cui passano e penetrano parole,
energie o segni che evocano musiche, profumi e ore del mondo
dell'infanzia. Come non pensare alla "Ricerca del tempo perduto" di
Proust? Il passato: prendiamo la libertà di evocarlo, risaliamo il
corso della nostra imm-maginazione, camminiamo nelle vecchie strade.
Mormoni di passanti: sui ciottoli, cigolii stridenti delle slitte che
trasportano il "far let" (la lettiera) per le stalle, i timbri gioiosi
degli strumenti della Banda, i passi felpati nelle chiese, rumorio di
scarponi chiodati e di tacchi a spillo e, improvvisamente, queste
apparizioni scompniono dietro i vecchi portoni. E poi, silenzio, e
nessuno: il vuoto delle strade, attraversato da sguardi e parole dietro
ai doppi vetri. Chi parla? La Malvina, La Nerina? ... Le vecchie
signorine dai nomi inusitati, che tramandano storie di famiglia di cui
si discute solo a voce bassa e segreti di liquori ottocenteschi -
camomilla, scorzette di limone, "menego maistro" e genziana macerati
nel moscato... E come non parlare del profumo dei calycanthus che
annunciano la fìne dell'inverno dietro i vecchi muri dei giardini
signorili? O delle lunghe serate nelle cucine contadine, vicino al
"fogolar" a "far filò", e raccontarsi storie, storiacce e storielle,
tra un asso di coppe e un due di bastoni. E chi non ricorda le risa
soffocate nei cuscini, delle spendide ragazze contadine che lavoravano
alla macera dei tabacchi delle Carmen locali : il sabato le ragazze
facevano la siesta tutte insieme, nei grandi letti dai materassi di
"cartocci" di gran-turco, stanzoni neri in cui troneggiava F'Armar
contadini" (armadio contadino, 1986). I titoli delle tele di
Debiasi.dal 1986 ad oggi, snocciolano un rosario ideale in dialetto:
"El tabiel" (il tagliere), "L'erpec" (l'erpice), "El compass" (il
compasso)... Oggetti ormai quasi tutti fuori uso, scomparsi: ma, come
direbbe Mallarmé, il solo fatto di nominarli fa vibrare l'invisibile
rete armonica della memoria e li rende alla vita. Queste icone
contadine evocano il mondo di Segantini (la cui madre era di Ala); "La
carega" (la sedia) ci fa certo pensare a quella di Van Gogh o a quella
di Kossuth ... "Taola con renga" (tavola con aringa) ci ricorda che
l'aringa in salamoia, conservata in oscuri barili di legno, era quasi
l'unico pesce di mare che si consumasse. Questo quadro rimanda, per
contrapposizione, alle ricche nature morte fiamminghe del Seicento, che
illustrano al tempo stesso varietà e vanità delle ricche tavole
borghesi. "Taola con renga", ricchezza del poco e splendore del vero,
si iscrive nella tradizione delle rappresentazioni monastiche della
cena o del cibo, o in quella delle nature morte di Zurbaran. Il
silenzio forma la trama segreta, con abili punti e giunture, dei mondi
dei quadri del pittore alense: al bianco degli stucchi e al grigio
degli specchi appannati dei grandi saloni si sovrappone il nero delle
cucine contadine e il nero riempito di ori (doratura "alla foglia" o a
pennellate) delle chiese. Emergono le processioni di Ala: quella che il
venerdì santo serpeggiava in via Vellutai, preceduta da nugoli di
polvere sollevati dal vento (II Venerdì Santo - dicevano i vecchi - "il
ciclo piange la
morte del Signore")
L'accompagnavano i suoni gloriosi o apocalittici degli ottoni - piatti,
trombe, tromboni della Banda di Ala: li ritroviamo nei gialli e negli
ori di Debiasi. A giugno, la processione è simbolo di gioia, di
sensualità: i petali delle rose rosse ricadono in pioggia di colore
sull'oro dell'ostensorio: è la gloria del Corqus Domini. Passando da un
quadro di Debiasi all'altro, percorriamo una geografia della lentezza,
ritmata dalle ore senza fine dell'estate: la fionda, fabbricata con una
"forca" di rami di nocciuolo e l'elastico di una vecchia camera d'aria,
evoca le ore di attesa degli "uccellini", ed è incollata su un quadro,
e, vicino, un po' di spago, che esce dal quadro stesso, e dei simboli
di scale. "Perché"? "Per poter sfuggire": non si sa a quale realtà o
finzione, a quale tranello o a quale tragedia. Fili di Arianna che
permettono a tutti i Tesei immaginari di uscire dal Labirinto e, al
tempo stesso, ricordo dei veri pozzetti di spago che si trovano, col
temperino, in tutte le tasche dei ragazzi . . . Una serie di tele è
consacrata agli animali. Pretesto di sacrificio, "L'Agnello" è messo in
scena come il "Bove squartato" di Rembrandt. "Il maiale", solo in un
angolo di una oscura cantina, ricorda le figure umane di Bacon. Eppure,
in passato, il rito dell'uccisione del maiale implicava una festa di
luganeghe, costine, strutto, ciccioli... La "Capra"del quadro è il
contrario di un capro espiatorio: simbolo della disobbedianza,
dell'insubordinazione, essa occupa dinamicamente la tela. Questi
animali sono ritratti come individui: e se sono sacrificati, lo sono
con un rapporto alla morte più semplice di quello della messa a morte
asettica e nascosta dell'animale nella civiltà delle macchine.
Soffermiamoci ancora su due opere: il bianco di una gigantesca cascata,
il torrente Ala in piena o il traboccare del subconscio; e "II grande
masso: (Forze geologiche)", blocco erratico simbolo di una deriva
lontana: "calme bloc icibas chu d'un désastre obscur" (Mallarmé). Il
colore è tutt'altro che assente: applicato con foga nel "II temporale
(Campo di grano)" ci evoca il soggetto analogo di Van Gogh. Cielo e
terra sono uniti dal "Fuoco di sterpi", accordo di colori appena
spremuti dai tubetti e i rossi e i blu incendiano o raffreddano "II
campo fiorito" del 1995. Il problema del male tormenta l'opera di
Giuseppe Debiasi, male esorcizzato dalla forza della preghiera, o da
segni indecifrabili. Il male è nascosto sotto gli ori di Klimt, nei
corpi religiosi e sofferenti di Nitsch, d'Arnulf Rainer nella tragica
solitudine di Bacon. La violenza espressionista, più o meno trattenuta
appare in temi come " La cacciata dell'angelo". I personaggi sono
costruiti a colpi di spatola. Ho chiesto a Debiasi quale sia, in questo
momento, il suo artista preferito, senza esitare, mi ha risposto:
"Edward Hopper". Nei personaggi del pittore americano la violenza è
silenziosa, pesante di conseguenze, in un'immobilità pronta ad
esplodere. Ala, violenze e sussurri, grida e serenità, preghiere e
parole d'infanzia perduta e voci del presente incrociano le memorie del
passato: un unico incontro è possibile, nella pittura.
Ginevra, giugno 1998
Valentina Anker
Presidente dei critici d'Europa