IL MURALES MARSILLI
di
Luigi Serravalli
A San Sperate, presso Iglesias, lo
scultore astratto Pino Sciola, aiutato dai ragazzi e facendo venire
artisti fino dal Messico, ha dipinto tutto il paese. In principio il
Consiglio comunale faceva togliere queste pitture, mosso da antipatia
per le novità, ma, a poco a poco, l'iniziativa ha preso piede ed è
stata imitata in altre parti della Sardegna meridionale. In Cuba ho
visto molte case, coloratissime, con le storie della Sierra Maestra o
semplicemente con episodi di vita campestre o ritratti celebri, le
chiamavano "case pintade". A Città del Messico, perfino l'Università
stranamente, mostra un enorme decorazione pittorica. In alta Baviera,
certo con altra "Stimmung", a Garmisch, Oberammergau, Mittenwaid, molte
facciate delle case riportano storie di caccia, di vita e personaggi
comuni. Kosuth un minimalista americano di chiara fama, sostiene
invece, che l'arte oggi è per pochi, difficile, scontrosa: non basta
neppure una preparazione universitaria per comprenderla. Ma Guttuso
avrebbe voluto dipingere sui muri come facevano nei grandi secoli,
piuttosto che restare confinato nel chiuso dei Musei e delle
collezioni. Bisognerebbe — sosteneva — che le mie opere potessero
vederle e comprenderle tutte ai loro livelli di lettura. Come certi
grandi libri che si offrono all'interesse tanto dei coltissimi esegeti
quanto a quello dei ragazzi e dei lettori più istintuali. L'opera di
Giuseppe Debiasi, alle Porte di Trambileno (stabilimento Marsilli) si
situa dunque in questo contesto, in armonia con un discorso universale.
Non quindi rara, artificiosa o eccezionale. Kosuth ed i concettuali
sostengono che dalle grotte di Lascaux l'arte è sempre stata
consolatoria in campo etico religioso ed edonistica in quello estetico.
Si deve uscire, dicono, da questo impasse. Fare dell'arte che non
proponga, divulghi, insegni, consoli o dia piacere ma solo dell'arte
che apra alla riflessione, che coinvolga il fruitore e lo porti non
alle "scoperte" dell'artista ma a sue proprie intuizioni. A parte il
fat-to che, a ben vedere, non è detto che sui "felici pochi" (happy
few) che pos-sono sottoporsi a questi procedimenti, in fondo, creativi,
non si avverino, anche qui, momenti consolatori o di gusto, rimane
anche da considerare che Kosuth finisce, per immaginare un'arte di
artisti, destinata ad altri artisti dalla quale il resto del mondo è
fuori. Evidentemente un murale, per la sua stessa natura, è destinato
ad un accosto col collettivo, si rivolge alla massa, a chi passa che,
per un momento, viene allontanato dai suoi pensieri e stimolato da una
visione "figurativa". Recentemente Barilli, lo diciamo fra parentesi ma
con soddisfazione, ha riconosciuto che non è affatto vero che
l'avanguardia deve essere sempre ed in tutti i modi non figurativa. Ma
è ben difficile immaginare una figurazione che possa andare d'accordo
con l'ascesi predicata da Kosuth. Debiasi, pittore semiastratto, spesso
afigurativo, neoespressionista, vicino però sempre ad una tradizione
piranesiana, avuta la commissione per il muro, ha eseguito, nel suo
stile, un bellissimo bozzetto, in conformità con la sua pittura, i suoi
ricuperi dalla vita contadina, le sue suggestioni, il suo raffinato
immaginario, distillato attraverso i modi e le figure del gestuale,
perfino del povero, con elementi di concettualità e concessioni
minimali. Tutto in un clima — anche — di transavanguardia. Tuttavia,
destinata al pubblico, all'utente comune della strada, questa allegoria
del discorso debole, al negativo, avrebbe avuto certo un minimo
successo, quindi Debiasi, in un primo tempo, quasi ha avvertito di
dover fare violenza a sé stesso per una indagine più aperta e
comprensibile che lo avvicinava però ai "portali", opere degli inizi.
Voglio dire che Debiasi non è dovuto uscire dal suo io, non è stato
veramente "costretto", ma ha solo ritrovato nel suo immaginario
dell'infanzia e della adolescenza, gli elementi di una sua cultura dai
quali ricava l'ispirazione per questo lavoro. Nato e cresciuto in
campagna, gli sono tornati in mente i miti sostenuti da una cultura
agricola, come quella che raggiunse il suo massimo con Leon Battista
Alberti, quando perfino Lorenzo il Magnifico e Poliziano, nei loro
versi, si abbeveravano alla tradizione contadina e pastorale di Esiodo
e Virgilio. "Le opere e i giorni": il trasmutare delle ore e delle
stagioni, anni e mesi, giorno e notte, giorni e settimane, usanze
immutabili di generazione in generazione: un certo equilibrio, una
certa accettazione e, nello stesso tempo, il senso biblico di quella
tragicità che è il sapore occulto, ma non inaccettabile dell'esistere.
Così dalle "Bucoliche" e dalle "Georgiche" altri elementi di questo
mondo atavico che ognuno non ha mai potuto interamente rimuovere e
rimuovendo il quale si cade nel caos della società industriale, dove
tutto si crea e tutto si distrugge continuamente, rendendo impossibile
una qualche temporanea certezza se pur limitata o strumentale. Il lungo
affresco del Muro Marsilli comporta così, in modo modernissimo, il
racconto di una civiltà contadina dove l'uomo cadenzando le ore del
giorno e della notte, distribuendosi fra fatiche e riposi, aiutato
dagli animali domestici, circondato dalla famiglia, possedeva
l'avventura del coltivare, mettendo il seme in attesa del frutto dopo
mesi o anni, in un continuo misterioso rito naturale; vivendo la sua
giornata a cielo aperto, e sognando, di notte, il silenzioso ruotare
delle costellazioni, le rivoluzioni della luna, del sole e dei segni
dello zodiaco. Questa vita di campagna quando si lavorava dal sorgere
del sole al tramonto fiduciosi in un "ordine" che diventava
consuetudine di vita. Ne è venuta fuori — quindi — una grande pausa,
nel turbinare delle proposte che da ogni parte ci sollecitano, una
pausa però che, anche noi di antica origine padana e contadina, ci
sentiamo di afferrare in pieno, fare nostra, approfondirla,
coscientizzarla per un confronto con l'attuale impermanenza. Su grandi
superfici, con difficili prospettive, entro certi limiti di tempo, il
lavoro avanza giorno per giorno, in queste scansioni antiche, che si
credevano perenni, almeno fino a Galileo. Tuttavia quanto, in questo
senso, Debiasi ha letto dentro di se, (cioè una pittura autenticamente
autobiografica), non può essere stato espresso fino in fondo, da questo
breve approccio con la tecnica del moderno affresco. Recepiamo un
lavoro per nulla occasionale ma, — anzi — l'occasione per ulteriori
meditazioni, ritorni, "conservatorismi" ed "involuzioni", intesi al
contrario del loro senso comune. La stanchezza di questo eterno
rinnovare si avverte ovunque. Forse Debiasi, nella sua fortuna,
costretto a portarsi, per così dire all'indietro, ha imboccato la
strada buona per una "evoluzione creativa", un work in regress
cosciente, efficiente, e di uno stupendo attivismo.