Il sentimento della natura, il genius loci, l'uomo e dintorni
di
Luigi Meneghelli
In
apparenza: puri gesti, azioni senza controllo, annullamento dell'Io
dentro le forme formate dalla materia. Se così fosse, però, il lavoro
di Giuseppe Debiasi sarebbe direttamente rapportabile alle poetiche
dell'Informel storico o dei Vaction Painting: ad una pratica operativa,
cioè, in cui l'artista diventa la cosa stessa che sta creando, un po'
alla maniera del performer che utilizza la propria presenza fisica e
psichica come linguaggio. Ma così non è: Debiasi non potrà mai dire con
Emilio Vedova (anche se è stato suo allievo): «un segno può essere
tanta carne e ossa», ne ripetere con Jean Fautrier: «l'arte non è che
il mezzo d'extériorisation dell'artista», e questo perché, mentre il
pittore informale, al di là di ogni incontinenza materica o frenesia
segnica, in fondo allestisce sempre una texture, una stratificazione,
un muro di pittura, Debiasi invece frantuma ogni idea di dimensione, di
costruzione. In altre parole, il suo colpo di pennello non parte mai da
zero, in una sorta di cieco divenire e sedimentarsi dell'immagine, ma
parte dall'immagine (anzi da un dato iconico precisissimo) per arrivare
alla sua negazione o alla sua alterazione (al suo metaforico punto
zero). Dunque, più che a una danza Pollockiana che lascia cadere colore
a gocce, a grumi, a strisce, quasi a voler mostrare il farsi stesso
della materia, il quadro di Debiasi sembra accostarsi alle elaborazioni
dei «corpi in posa» di Amulf Rainer: linee e colori che enfatizzano,
cancellano o fanno emergere certi dettagli suggeriti dalla stessa
figura. «L'arte non è lì per essere guardata - sostiene l'artista
viennese - bensì per essere modificata». Il che significa superare i
limiti troppo intimi e statici della forma, caratterizzandola
ulteriormente, anche a rischio di dilapidarne i tratti, di smarrirne il
senso. E' un esercizio paradossalmente analitico, teorico, inteso a
decostruire la certezza della visione e a far in qualche modo sporgere
la visione stessa al di là di sé. Quale paesaggio, infatti, nella
pittura di Debiasi, resta veramente paesaggio, e quale essere rimane
veramente essere? Il corpo dell'immagine viene invariabilmente
riqualificato come corpo della domanda: e cioè, che cosa è in opera
nell'opera? Così, se si osserva La cacciata dell'angelo si ha la
sensazione di una forma sottratta al suo stesso apparire, o meglio di
una presenza che riflette e che fluisce nel suo stesso riflesso: quasi
trasformando la Matissiana «joie de vivre» in una sorta di «joie d'ètre
vivant». Ma che cosa è veramente vivo, dinamico, che cosa spezza
davvero le dimensioni spaziali del quadro? L'immagine dell'angelo
(presa nella sua valenza etimologica di messaggero, di annunciatore, e
quindi di nomade)? Il tentativo di mimare il concetto di volo?
L'impiego di un segno esplorante e di un colore sempre in avanscoperta?
Indubbiamente l'eco, la memoria della figura (o della cosa)
attraversano e mobilitano il campo visivo, ma appare chiaro che è
l'imperversare di un'azione rapida, sorprendentemente fulminea a
sottoporre tutto ad una vera eccitazione, ad accentuare l'aspetto
palpitante e vivente della scena pittorica. Però, messa così la
questione, non risolve del tutto l'interrogativo di origine
Heideggeriana di che «cosa è in opera nell'opera?». Infatti Debiasi nel
suo porsi oltre i puri limiti formali tiene desto (riconoscibile) il
messaggio realistico, ma insieme lo traveste nel messaggio pittorico.
Il che è come stabilire un equivoco tra azione e rappresentazione, o
come affermare un'ambiguità tra i due intendimenti operativi. Nel
quadro dal titolo La finestra, ad esempio, è focalizzato il taglio in
diagonale (in prospettiva) di un muro che da sul fuori, ma poi una
tempesta di segni lavora sul limite (sul taglio), riuscendo a far
oscillare l'equilibrio dell'immagine ed a ribaltare l'uno dentro
l'altro i codici della visione: a confondere cioè esterno con interno,
ma anche la veste di realismo con la veste di astrazione, il peso della
materia con la levità della traccia, ecc. In questo modo si ha una
perdita tutta moderna del messaggio diretto, dichiarato, a favore di
un'indagine portata sul messaggio stesso. Riprendendo Rainer (o, per
altri versi, le dissolvenze di Gerhard Richter) si può allora affermare
che ogni azione di disturbo o di rottura mira a mettere in questione
(ad aprire) la realtà chiusa della visione: non solo, ma anche a
tentare di scoprire (di farci vedere) qualcosa della realtà del
visibile (del mondo). Non è un caso che le superfici di Debiasi
sembrino non finire mai, ma proporsi come un inesausto divenire, come
un infinito rigirare il coltello nella ferita, come un voler rimanere
in una insicurezza perpetua o, per dirla con Kirkeby, «in una
ambivalenza celestiale». Una ambivalenza celestiale? Certo. Del resto
in che modo definire tutti gli sbilanciamenti immaginativi, tutte le
rivoluzioni compositive, tutte le gravitazioni segniche che sbattono
contro gli occhi e che sbattono contro il cielo del quadro (per assenza
d'orizzonte?). Forse proprio questa ambivalenza è quanto è «in opera
nell'opera»: il fare e il disfare, il gioco degli scambi, la doppiezza
degli specchi. In opera c'è l'esperienza del limite, del confine, del
bordo, del baratro: qualcosa che non si da mai totalmente in
superficie, ma che si offre come promessa di alterità, di ulteriorità,
di trascendenza.