AUTUNNO
Non è facile, di primo acchito, trovare una definizione appropriata per
questa nuova serie di opere di Debiasi, ideate e costruite sul motivo
dell'autunno e del vino, a celebrare nel vino il prodotto rigoglioso
dell'autunno e nell'autunno la corrispettiva ebbrezza di forme e
colori, simboli l'uno dell'altro in un'iconografia povera ma accesa e
appassionata. Un'apparente naturalezza e immediatezza - che non sono
poi apparenti in senso stretto, ma certo non nascono da situazioni di
trance emotiva o di naivité - si mescolano e fondono con la sapienza di
un dettato che la sa lunga sui modi dell'arte contemporanea; e ne
sgorgano fuori d'impeto, come se riconquistassero quei modi tutti a una
loro potente innocenza. Del percorso di Debiasi sono già state
individuate con molta precisione, da una critica attenta e partecipe,
le componenti e le matrici storiche, e ne è stato seguito lo sviluppo
da forme riduttive, ai limiti del concettuale, verso un'esplosione
segnica più drammatica e virulenta. Qualche anno fa, nel commentare le
«storie di paese», sia Gualdoni sia Mascherpa sottolineavano l'utilizzo
della fondamentale lezione di Vedova in direzione più agra e insieme
introflessa; e indicavano l'originalità del rapporto tra una formula di
tipo informalgestuale e le tematiche antropologiche che l'artista
trattava. Il cuore del discorso anche oggi è sempre quello: Debiasi si
misura con la civiltà contadina della sua terra, gli attrezzi di
lavoro, le suppellettili della casa rustica, gli armamentari umili, i
simboli elementari, allargando lo sguardo all'ambiente naturale, terra,
fiori, foglie; senza mai indulgere, va da sé, a effetti di folklore o
di bozzettismo sentimentale, ma neppure - e questa è la sua originalità
più forte nel contesto contemporaneo, e l'indice di un'intelligenza
all'erta contro le trappole della maniera - a compiacimenti
arcaizzanti, a presunte indagini sulle radici primitive della cultura
che indaga; ma piuttosto, tirando fuori dal ventre profondo di costumi
e vicende pressocché uguali nei secoli una sorta di gioiosa prepotente
esaltazione e dissacrazione. Nel suo discorso il feticcio e la natura
sono un tutt'uno, l'esplosione libera della vitalità si estrapola da
qualunque riflessione sul passato, il paesaggio si infuoca come si
accendono i colori del piccolo edificio campestre, i percorsi sono
frecce direzionali di un dinamismo inesausto, fiori frutti e strumenti
agresti si configurano con irridente e truculenta festosità in simboli
fallici. L'ebbrezza coloristica tuttavia non è mai sontuosa, niente
richiama a orpelli, sia pur paesani, e il discorso mantiene una sua
spavalda totale povertà, di temi e di espedienti rappresentativi.
Allora è giusto continuare a chiamare in causa le radici culturali cui
Debiasi si riallaccia e delle quali si è detto, ma sottolineando,
questa volta, una speciale caratterizzazione neoselvaggia, nel senso
più specifico di un «neo-fauve», là dove fauve significa, secondo i
modelli originali, lettura eccitata, caricata, gridata, del quotidiano
e del consueto; ai limiti - ma sì, in questo caso - dell'estasi
bacchica: un baccanale senza fronzoli pittoreschi, senza letteratura,
materiato di vegetale purezza. Debiasi ha raggiunto in questo ciclo una
libertà espressiva di alta tensione; e si esercita con tecniche variate
e diversi supporti, dunque esibendoci quadri, pitture su oggetti
tridimensionali, sculture infine, lucenti e pastose. Quando le immagini
hanno un referente mimetico nella realtà, ecco la bottiglia, il tino,
il grappolo; e la casa, la finestra, la croce, il legno, stavo per dire
l'odore dell'ambiente. E poi, corriamogli dietro: fiori, erbe, cieli,
orizzonti, fogli di appunti, pensieri, emozioni minime e smozzicate.
Turbinosamente. Possiamo star certi che, se gioca, non scherza; la
risata, se c'è, è durissima, l'abbandono è drammatico. Ha molte cose da
dirci.
Rossana Bossaglia
Scendere in cantina: un cancello, le scale, una porta, e subito
quell'odore che resta nella memoria per tutta la vita. Il fresco,
l'umido possono essere uguali ad altri freschi, altri umidi: di cella,
di ripostiglio, di chiesa, di cripta. Ma quell'odore ci dice tutto, ci
orienta a occhi chiusi e luci spente, ci racconta che siamo a casa, in
una delle «nostre» cantine. Ci avverte anche quest'odore a che punto
dell'anno siamo, se il momento della maturità è vicino, se sarà rosso o
bianco il risultato, buono o così così. E in alcuni momenti della
stagione può diventare così forte da uscire dalla cantina attraverso
una porta aperta o anche solo uno spiraglio; oppure da accompagnare chi
vi è sceso un attimo e poi è tornato fuori avvolto come da un mantello
di spirito buono. Impregna quell'odore le mani e i vestiti, le scarpe e
i capelli, tradisce a tré metri chi è uomo di cantina. E chi andrà
lontano avrà nostalgia di quel sentore, di botte e di grappoli, di
tappo e di umido, di terra e foglie, i sentori insomma che fanno il
vino. Se lo porterà nel cuore come un talismano, un portafortuna che
garantisce il ritorno, struggente brandello di un tempo senz'altro
migliore, almeno nella memoria. Qualcuno ha musiche nell'orecchio,
qualcuno conserva negli occhi un panorama, qualche altro un sapore in
bocca; chi viene da terra di uva non potrà che tenersi stretto
quell'odore che identificherà tra mille. Io per esempio sono sicura che
saprei riconoscere quello della mia cantina. Dopo viene il buio,
l'unico buio allegro che si conosca, che non metta pensieri di
melanconia, di silenzio, di notte. Sottoterra, non nella tomba del vino
ma nella sua culla, cattedrale senza luce dove avviene un antico
miracolo. Non un nemico che aspetta là nell'ombra, ma la speranza di
giorni buoni, al momento di aprire le botti. Si sente che c'è un
istintivo raccoglimento quando si scende giù, senza volere si sospende
il chiacchiericcio in modo da sentire solo lo stropiccìo dei piedi
nella sacra cripta dell'uva, dove maturano il vino e i suoi fratelli.
Si scende ed è subito il nero inchiostro, illuminato prima dal bianco
del gesso che segna sul legno delle botti il nome e l'anno del futuro
vino; poi da un lanternine fioco in cima alla volta che da giusto luce
abbastanza per trovare il cammino e per vedere per terra la grande
ombra rassicurante delle botti. Si avanza e, più che con gli occhi, si
scruta con le mani, tastando il legno incurvato, i cerchioni di ferro
che stringono il rovere, bussando qua e là, come fa l'oste, per sentire
se suona pieno o vuoto. Come in processione si cammina lentamente,
devoti, a zig zag tra torrioni di botti e panciute botticelle. A volte
c'è sabbia sotto i passi, a volte pietra quasi sempre segnata da un
solco là dove da decenni, o anche da secoli, si posano i piedi del
contadino, del cantiniere, del visitatore. Restaurare una cantina è
come ricostruire una casa, o un teatro, ripristinarne non solo le
forme, la bellezza, ma anche la funzionalità; perché ci si possa fare
il vino come un tempo. Certo si può lasciar morire ciò che è moribondo,
dimenticare il vecchio e costruire sopra il nuovo fiammante,
impeccabile, perfettamente aggiornato, ma a chi è abituato alle umide,
buie e profumate volte d'un tempo, si stringerà il cuore a camminare
sulle piastrelle lucide, nei camminamenti squadrati, tra le botti
ancora chiare, ancora senz'anima. Che dire poi se nella vecchia cantina
ricostruita al posto del vino ci sono i quadri? Se c'è gente che
chiacchiera e sorride rompendo il silenzio? Se non c'è più il buio
sacro ma la luce che illumina togliendo il segreto a ogni angolo? Se,
soprattutto, non c'è più quell'odore che non si dimentica? Resta
smarrito all'inizio colui che ama tutti quei simboli, cultore di
quell'antico cerimoniale: ma è giusto che si consoli. È diventata
infatti quella cantina un luogo di memoria, dove scorgere e di nuovo
amare l'impronta del passato, dove rivedere - oppure figurarsi -
l'antica tradizione della nostra terra. E forse chi non era mai sceso
in una cantina quando nascondeva il vino, vi scenderà ora, in cerca di
immagini che non si trovano altrove.
Isabella Bossi Fedrigotti
GIUSEPPE DEBIASI:
antico come la memoria umana
quasi intervista di Luigi Serravalli
«... Questa iniziativa è nata con Giordano Raffaeli! e la famiglia
Endrici, proprietari di una antica cantina a San Michele, dove situare
una Mostra fuori dal consueto, nelle stesse cantine per cui mi sono
trovato a colloquiare con il vino, l'uva, le viti, le botti ed i tini,
la pigiatura e tutti i processi dal grappolo alla bottiglia. Ho
compreso meglio le antiche culture mediterranee, nelle quali i lavori
dei campi acquistavano un valore religioso o sacro». «Nascevano dal
vino, dall'olio e dal pane, basi di una cultura, le stesse divinità e
gli infiniti miti di un'epoca alla quale la nostra deve tanto». «Sono
nate due serie di lavori: quelli che costituiranno la Mostra nelle
Cantine Endrizzi per un autentico abbraccio con una passata enologia
non ancora industrializzata o computerizzata (lavori che ho dipinto qui
sul posto a San Michele) e gli altri eseguiti nel mio studio di
Rovereto, che verranno esposti presso lo Studio d'Arte Raffaeli! a
Trento, e la Galleria Artra di Milano, in una grossa mostra che segnerà
il punto della mia attività fino a questo momento». «Due momenti simili
e diversi: il primo centrato su di una cultura vitivinicola, il secondo
che, invece, esprime, questa rivisitazione del paesaggio, in modo
gestuale, concettuale, ricco ed attuale, anche polemico, rispetto agli
accessi del poverismo». A questo punto Debiasi, secondo me, è spinto
come da un nuovo èlan vital verso un rapporto unificante che raggrumi
il mistero dell'essere: energia, materia, pensiero - anche
religiosamente - tese ad interpretare ansie, veleni, spine, gioie,
trionfi, sconfitte di questo nostro passaggio terreno. «Periodo di
grande lavoro, preso come in una febbre, quasi cento opere delle quali
alcune di grandi dimensioni». «Il gioco di ambientare tutto in questa
immensa cantina dove le luci daranno vita e all'ambiente e ai colori».
«Intensa ginnastica, quasi acrobazia, per superare ogni giorno me
stesso, sottoponendo il lavoro a continue revisioni, con scarti e
cambiamenti ma sullo stesso registro». «Le parole sono sempre enfatiche
perché il colore, per me, possiede maggiore forza del linguaggio. Con i
colori sono a casa mia mentre nel discorso mi sembra di caricare».
«Voglio dire che questa "uscita" oppure "fuga" in un certo modo dal mio
passato, mi ha portato grossi tormenti e periodi di enorme entusiasmo».
«Sento di andare contro corrente, vorrei che si comprendesse come il
mio lavoro tende, chiaramente al concettuale, ma vuole uscire dai
limiti "poveri" che il concettuale si è "imposto" per raggiungere
spessori, cromie, luminosità, slanci che il concettuale si è vietato,
quasi sempre». «In questo momento mi avvicino, nel mio tempo più ai
coloristi che alle paleo astrattizzazioni della tavolozza nel senso
povero e minimale». «Si può concettuare anche con i pigmenti più
robusti ed estrosi perché l'arte resta pur sempre in simbiosi con
l'essere e in questo tendo più alle molteplici armonie che ai
supremismi dell'astratto francescano che mi irretivano ancora non molto
tempo fa». Mi sembra che Debiasi voglia affermare che il poverismo
troppo spesso, oggi, finisce in una specie di estetismo bloccato,
magari su problemi di puro colore o di squisitezza cromatica: c'è
invece bisogno di non chiudersi gli occhi innanzi alle ansie della
nostra epoca, anche per un sofferto e meditato senso ecologico che, in
lui si arricchisce delle trascorse esperienze. «Del resto la mia
tecnica non è molto mutata, solo passo da una tavolozza "povera" ad una
"ricca". Si ritrovano i miei segni vettoriali, le frecce dell'energia
che percorrono il campo magnetico delle sensazioni e delle pulsioni».
«Il pigmento spesso grasso, steso con generosità ma raffreddato dagli
spazi bianchi. Gli accostamenti di colori che "meravigliano" (quasi in
senso neo-barocco) per il coraggio e la violenza». «Là, nei quadri per
la cantina, i viola fondi, i rossi che ricordano il "sangue" nei fiumi
fantasiosi del kubrikiano Shining, i verdi di ogni tipo, come quelli di
Rousseau il doganiere, perché vorrei recuperare una certa naivitè».
«Insomma nessun limite alla tavolozza, sia nella forza degli impasti
come nel furore coloristico». «Tuttavia cerco di mantenermi esatto,
disegnato, (in assoluta libertà) di riportare il colore alle sue
possibilità di canto pulito e spiegato, forse un po' Rock, più come nei
fauvesche nelle «selvaggerie» internazionali che spesso hanno finito
con lo sporcare le tele in nome del caos delirante dell'irrazionale».
«Il mio recupero è anche psicologico: la famiglia, il contatto con la
natura». «Sento urgere in me queste forze, queste energie che la
concettualità organizza fuori dagli schemi del passato e della
tradizione perché l'invenzione resta pur sempre la base per un
linguaggio concreto, attivo, stimolante». «Mi trovo come un
"viaggiatore incantato" che traversa il tempo e la terra della sua
stagione». Insomma anche Debiasi, come certi "fauves", dipinge «con il
cuore e con le reni». Per quanto si tenga informato è poco
presenzialista. Il suo rapporto con l'arte nasce e finisce nello
studio. Uscire resta una perdita di tempo, alla quale si adatta a
fatica. Preferisce frugare sé stesso con l'acuto bisturi
dell'autocritica. Ora avverte l'istinto di saziarsi delle bacche del
suo giardino. Gli basta poco: un orologio da polso, una riserva di
colori, la moto, la canoa, quindici giorni all'anno in riva ad un fiume
con la famiglia, qualche cena con gli amici e poi tanto lavoro, tante
tele da riempire di colori. Si è fatto una cassa speciale da portare
sul "set" della sua indagine sulla Natura, in modo da poter sistemare
le tele calde e fresche di colore, che poi viene sistemata in macchina
carica di questi appunti. Se dovessi avventare una profezia direi che,
ora è anche quasi pronto per un recupero concettuale della figura
umana. Da quando lo conosco e seguo è stata una progressione stupenda:
direi che, in realtà, non può avere problemi perché quanto ha già
prodotto potrebbe soddisfare il più ansioso degli artisti. Il suo
espressionismo, liberato dalle ossessioni, resta pur carico delle
angosce del presente ma non si nega ad improvvise schiarite
esistenziali. Una attività febbrile, mai discontinua, un riscatto del
nostro mondo presente, ottenuto con lo specifico della pittura (da
tanti illusoriamente trascurato) nel senso di una indiscutibile
contemporaneità. Un viaggio, una esplorazione nel fantastico, una
testimonianza sulla terra. Un artista che, dalla voglia di se stesso,
trae la forza per abbondanti tracimazioni nei miti implosivi ed
esplosivi del post-moderno.
Luigi Serravalli